Tipi forlivesi: l'Oscuro, il Bramoso, il Capriccioso

Nomi, motti ed emblemi dell’Accademia dei Filergiti: viaggio nella Forlì colta tra Cinquecento e Seicento, fra eruditi, medici, giuristi, poeti e curiosi codici simbolici


La storia di Forlì non è fatta soltanto degli stereotipi che, col tempo, si sono appiccicati alla Romagna: caratteri sanguigni, passioni politiche, tavole apparecchiate, osterie, motori e quella schiettezza popolare che certamente appartiene a una parte della sua identità. C'è stata anche una Forlì più appartata, meno rumorosa e forse meno facile da raccontare, popolata di eruditi, medici, giuristi, ecclesiastici, poeti e studiosi che leggevano, scrivevano, disputavano e cercavano, ciascuno secondo le proprie possibilità e inclinazioni, di misurarsi con le lettere, le scienze e la cultura del proprio tempo.
Qualcosa di ciò che facevano potrà sembrarci oggi una curiosità oziosa da salotto. Scegliersi un nome misterioso, escogitare un emblema, cercare in Orazio, Ovidio o nelle Scritture una frase latina abbastanza sottile da trasformarla in motto, discutere di versi, allegorie, animali simbolici e imprese personali non erano occupazioni dalle quali dipendessero le sorti dello Stato pontificio. In quel mondo non mancavano certamente il gusto del gioco erudito, una certa vanità e il piacere di appartenere a una cerchia scelta. Gli uomini di lettere, del resto, non hanno mai mostrato una particolare inclinazione a considerare irrilevante ciò di cui si occupavano. Sarebbe però ingeneroso fermarsi al sorriso. Dietro quelle consuetudini c'erano libri, studio, esercizio intellettuale, regole, accademie e soprattutto l'ambizione di collocare Forlì entro un orizzonte culturale assai più vasto delle sue mura.

È in questa città, forse meno nota ma non meno forlivese, che bisogna entrare per comprendere come uomini serissimi, alcuni dei quali trascorrevano le giornate fra studi medici, tribunali, uffici ecclesiastici e biblioteche, potessero trovare perfettamente naturale chiamarsi il Bramoso, l'Oscuro, l'Ignoto, l'Operante, l'Infiammato o il Capriccioso, e come una conchiglia, una Luna eclissata, un giglio ancora chiuso, un fico o un delfino riuscissero a dire qualcosa del loro proprietario che il semplice nome di battesimo non avrebbe saputo dire.
A condurci fra costoro è un grosso libro stampato proprio a Forlì nel 1741, le Memorie storiche dell'antica, ed insigne Accademia de' Filergiti della città di Forlì, composte da Giorgio Viviano Marchesi Buonaccorsi e uscite dai torchi di Antonio Barbiani, stampatore vescovile. 
Bisogna naturalmente ricordare che l’autore scriveva nel Settecento, mentre molti degli uomini dei quali raccontava appartenevano al Cinquecento e al Seicento. Le sue Memorie non sono dunque sempre la cronaca contemporanea di quegli avvenimenti, ma una ricostruzione erudita condotta attraverso documenti, opere e testimonianze precedenti. Egli stesso spiegava di aver voluto raccogliere notizie ormai poco conosciute persino dai concittadini, quasi temesse che, lasciandole ancora qualche tempo alla discrezione della memoria, non ne sarebbe rimasto molto. 
La circostanza produce un curioso gioco di distanze: Marchesi, nel 1741, cercava già una Forlì che stava scomparendo, mentre noi dobbiamo ora cercare quella Forlì attraverso la sua.

Fra le cose che riuscì a conservare c'è l'uso dei nomi accademici e delle imprese. L'accademico possedeva naturalmente il proprio nome, il casato, una professione e talvolta titoli e cariche considerevoli; all'interno di quel particolare universo poteva tuttavia assumere un'altra identità. Al nome prescelto si accompagnava un'impresa, cioè una figura simbolica, e a questa un motto, spesso latino. Non era necessario che il significato risultasse immediatamente evidente, anzi una parte del piacere consisteva precisamente nel contrario. Nome, immagine e parole dovevano rincorrersi e suggerirsi reciprocamente, lasciando a chi osservava l'onore, e anche una piccola fatica, di comprendere. Occorrevano i classici, le Scritture, i repertori simbolici e quella familiarità con allegorie e citazioni che costituiva una parte non secondaria dell'attrezzatura dell'uomo colto.
Anche l'Accademia parlava questo linguaggio. Marchesi racconta che i Filergiti avevano per impresa generale un "codile di pecchie", vale a dire un alveare, collocato in mezzo a un prato fiorito, con il motto "Nusquam mora". Egli stesso mette la scelta in relazione con il nome dei Filergiti, da lui interpretato come "amatori dell'Opera".     
Le api offrivano un'allegoria felicemente adatta a una società di studiosi: passano di fiore in fiore, raccolgono, trasportano, trasformano e da una moltitudine di apporti minuti ricavano qualcosa che nessun fiore, da solo, possedeva.

Fra quelle api operose troviamo Francesco Padovani, fratello di Fabbrizio, e qui vale la pena soffermarsi perché non si trattava affatto di un oscuro dilettante. Marchesi lo presenta come celebre "in tutta Europa" nell'arte medica e assai reputato anche nell'oratoria e nella poesia.     
In un altro luogo lo chiama "insigne Filosofo, e Dicitore Francesco de' Padovani" e ricorda una sua orazione latina pronunciata in occasione della rinascita dell'Accademia. Ebbene, un uomo con simili credenziali scelse per sé il nome di Bramoso.
La sua impresa era una conchiglia aperta, già ricca di perle ma, secondo la simbologia riferita da Marchesi, ancora desiderosa di quella rugiada dalla quale si riteneva potessero essere generate. Il motto era “Nec satis” (non basta). La conchiglia possiede già il proprio tesoro e tuttavia continua a desiderare. Marchesi ci dice inoltre che Padovani morì nel 1595. È difficile non trovare una certa grazia nell'immagine di un medico, oratore e poeta affermato che, anziché proclamarsi Sapiente o Dottissimo, preferisce rappresentarsi come una creatura alla quale ciò che ha già ricevuto non basta ancora. Vi si può intravedere anche l'insaziabilità dello studioso, purché si abbia la prudenza di riconoscere che questa è una suggestione nostra e non una spiegazione esplicitamente consegnata da Marchesi.

Un altro Filergita, Pietro Paolo Augustini, uomo di legge e riformatore degli Statuti, nonostante la familiarità quotidiana con codici e materie giuridiche continuava, racconta Marchesi, a frequentare le Muse. Anche lui volle essere il Bramoso, ma dovette evidentemente trovare poco elegante appropriarsi della conchiglia altrui e scelse un'immagine completamente diversa: un lambicco, accompagnato dalle parole “Dabit ignis aquas” (Il fuoco darà acque). Il paradosso era di quelli che dovevano procurare una certa soddisfazione a un pubblico abituato alle sottigliezze: proprio il fuoco, apparentemente nemico dell'acqua, attraverso la distillazione finisce per produrla. Si poteva dunque essere Bramosi in modi assai differenti, e forse una parte del divertimento consisteva nel trovare una strada nuova per arrivare a un nome già percorso.

Pellegrino Maseri preferì invece chiamarsi l'Oscuro. Marchesi lo presenta come uomo assiduamente applicato alla filosofia e alla medicina, senza che tali discipline gli facessero trascurare l'"umana letteratura". L'impresa scelta da Maseri era una Luna durante l'eclissi e il motto consisteva in due sole parole, Non semper (Non sempre). Preso isolatamente, il nome Oscuro potrebbe sembrare una dichiarazione di modestia quasi eccessiva; accostato alla Luna eclissata assume tutt'altra sfumatura. La Luna non ha perduto la propria luce, l'ha soltanto temporaneamente sottratta agli occhi. L'oscurità passerà. Maseri aveva dunque scelto una forma assai elegante di modestia, una di quelle nelle quali chi si abbassa ha avuto però l'accortezza di predisporre tutto affinché gli altri comprendano quanto potrebbe elevarsi.

Un altro Oscuro fu Giovanni Battista Zampa, sacerdote e professore di retorica. Qui Marchesi, tanto prodigo altrove, deve confessare una lacuna: non gli era giunta notizia del simbolo e del motto che Zampa aveva scelto.  Il particolare ha un fascino tutto suo. Sappiamo che il codice esisteva, ma ne abbiamo perduto la chiave; rimane il nome e scompare ciò che avrebbe dovuto spiegarlo. L'Oscuro finisce così per essere, con involontaria appropriatezza, il più oscuro di tutti.

Nel 1669 i Filergiti acclamarono loro capo Giacomo Giandemaria, personaggio che Marchesi presenta come particolarmente versato nella poesia latina e negli studi giuridici e che era stato mandato a governare Forlì nel 1658. Giandemaria scelse il nome di Ignoto e per impresa un giglio sul gambo con i fiori ancora chiusi, accompagnato dalle parole “Notescet odore” (Si farà conoscere dall'odore). Il fiore non ha ancora mostrato la propria bellezza e tuttavia il profumo finirà inevitabilmente per rivelarlo. Anche qui la modestia procede con una certa
 magnificenza: l'Ignoto non ha bisogno di annunciarsi, perché saranno le sue qualità a tradirne la presenza. 

Assalonne Savorelli, dottore in legge, scelse invece il nome di Operante. La sua impresa era una pianta di fico che produceva direttamente i frutti, senza indugiare, per così dire, nella decorazione delle fronde e dei fiori; il motto era “Flores mei fructus”. Marchesi ricorda anche che Savorelli venne in seguito innalzato alla presidenza dell'Accademia, occasione troppo favorevole perché l'erudito settecentesco rinunciasse a giocare sul fatto che l'Operante si fosse mostrato davvero tale. In mezzo all'alveare del Nusquam mora, un uomo che preferiva i frutti ai fiori doveva sentirsi perfettamente a proprio agio.

Più ardente era la presentazione scelta da Scipione Caddi, conte di San Vitale di Baganza. Scipione era l'Infiammato, aveva per impresa una fiamma e per motto “Ignis agit vires”.  Qui l'enigma non sembra aver richiesto sforzi eccessivi: nome, immagine e fuoco si intendono immediatamente. Ma non tutte le imprese dovevano necessariamente costringere il lettore a consultare mezza biblioteca; talvolta bastava che avessero una loro composta magnificenza.

Decisamente più capriccioso, come prometteva il nome, fu Simone Albicini, giovane dottore in legge. Egli scelse appunto di essere il Capriccioso, accompagnandosi con un delfino e con il motto “Appingam sylvis”, che Marchesi riconduce all'Ars poetica di Orazio. La fonte mette l'impresa in relazione anche con il nome Simone, con elementi dell'arma familiare e con quelle che definisce le "bizzarre fantasie" delle sue composizioni. Il delfino oraziano, portato dove un delfino non dovrebbe trovarsi, era un compagno abbastanza appropriato per un uomo che aveva scelto di presentarsi come Capriccioso. La sua vicenda, tuttavia, ebbe poco tempo per svilupparsi: Marchesi lo dice morto il 10 giugno 1664, a soli ventiquattro anni.    
Di un giovane vissuto più di tre secoli e mezzo fa rimane così, insieme al nome e a poche notizie, anche quel delfino stravagante, forse più capace di conservarne un'ombra di personalità di quanto avrebbe fatto una lunga iscrizione encomiastica.

Non tutti, peraltro, sceglievano nomi destinati a magnificare apertamente le proprie qualità. Giuliano Merenda, dottore in legge, volle chiamarsi il Debole, e Marchesi precisa che lo fece "per sua modestia"; aggiunge però che nelle composizioni diede prove tanto "robuste" da essere chiamato al principato dell'Accademia nel 1656. Morì nel 1682. Il gioco era dunque deliberato: il Debole era precisamente colui che avrebbe dimostrato di non esserlo. 

Ottaviano Petrignani, anch'egli uomo di legge, era invece il Neghittoso, mentre Paolo Bonoli, ben noto a chi si occupa di storia forlivese, aveva assunto il nome di Obbediente. Di Bonoli Marchesi non riuscì più a conoscere né l'impresa né quella che chiama felicemente "l'arguzia del Motto". La parola è significativa: il motto non doveva soltanto spiegare, doveva possedere arguzia, lasciare per un istante sospeso chi guardava e ricompensarlo quando finalmente nome, figura e parole si ricongiungevano.
A questo punto si potrebbe avere l'impressione di una compagnia di gentiluomini impegnata per buona parte del proprio tempo a stabilire se un giglio fosse più eloquente di una conchiglia o se un delfino avesse sufficiente autorità per entrare in un'impresa. Le regole dell'Accademia restituiscono però un ambiente assai più articolato. Le adunanze prevedevano discorsi ed esercizi intellettuali, l'accesso alle riunioni private era disciplinato e persino la recitazione delle composizioni sottostava a precise norme: chi presentava un'opera altrui doveva dichiararne l'autore, senza lasciarla passare tacitamente per propria.  
Vi era spazio anche per il teatro. Le disposizioni consentivano al principe dell'Accademia, insieme ai consiglieri, di proporre rappresentazioni drammatiche durante il Carnevale o in altri periodi dell'anno, con particolare riguardo per le opere composte dagli stessi accademici e con il previsto controllo dei censori. Non si trattava dunque soltanto di una società nella quale si collezionavano motti ingegnosi. Si leggeva, si scriveva, si recitava, si discuteva e si rappresentava; soprattutto, si attribuiva a queste attività una dignità sufficiente per sottoporle a norme e affidarle a un'istituzione durevole.

Marchesi permette persino di intravedere la stanza nella quale quel piccolo mondo prendeva forma. Le leggi dell'Accademia erano ordinate in dodici tavole, conservate su tavolette riunite insieme ed esposte nella sede accademica accanto all'impresa generale. Non occorre aggiungere molto per immaginare l'ambiente: le tavole appese, l'alveare dei Filergiti, libri e carte, uomini che nella vita quotidiana erano medici, avvocati, ecclesiastici o funzionari e che lì dentro diventavano il Bramoso, l'Oscuro, l'Ignoto, l'Operante. Qualcuno leggeva versi, qualcun altro preparava un discorso, un altro ancora giudicava una composizione o discuteva una rappresentazione. Fuori continuava la Forlì ordinaria; dentro quelle stanze la stessa città si concedeva una lingua diversa, più artificiosa, colta e cerimoniosa.
Naturalmente il gusto per i nomi accademici, le imprese e i motti non era una stravaganza esclusivamente forlivese. Apparteneva alla cultura delle accademie italiane dell'età moderna, e proprio per questo sarebbe un errore trasformare i Filergiti in un'eccentricità locale. Ciò che le Memorie consentono di vedere è piuttosto il modo nel quale quella cultura generale prendeva corpo a Forlì, attraverso persone riconoscibili, famiglie cittadine, professioni, carriere e inclinazioni individuali. Il latino, i classici, la medicina, la filosofia, il diritto, la poesia e il teatro non appartenevano a un mondo remoto che si osservava da lontano, ma potevano concorrere alla costruzione dell'identità di uomini che abitavano e lavoravano in città.
Era un linguaggio che chiedeva al destinatario di possedere almeno una parte della cultura di chi lo aveva concepito. Capire l'allusione significava anche dimostrare di appartenere al mondo capace di leggerla.

C'era certamente della vanità in tutto questo. Dove ci sono uomini di lettere, titoli accademici e pubblico, sarebbe sorprendente il contrario. Ma la vanità di chi desidera apparire colto presuppone almeno una società nella quale la cultura sia considerata qualcosa di cui valga la pena vantarsi. Ed è forse questo, più delle conchiglie, dei gigli e dei delfini, il particolare che rende interessante quella Forlì. Dietro la città sanguigna e popolare che tanta fortuna avrebbe avuto nelle successive rappresentazioni della Romagna, ne esisteva un'altra che amava riconoscersi nei libri, nelle accademie e in un linguaggio tanto elaborato da richiedere, per presentare un uomo, una Luna durante l'eclissi e due parole latine.
Non sarà stata sempre una cultura sublime. Qualche discorso sarà stato più lungo del necessario, qualche allegoria più ingegnosa che profonda e qualche motto avrà probabilmente divertito il suo autore più dell'uditorio. Ma in quelle stanze c'era il desiderio di partecipare a una conversazione più ampia della città e di farlo con gli strumenti che il proprio tempo considerava degni di un uomo colto.
Sullo sfondo rimane l'alveare dei Filergiti, operoso come conveniva, mentre intorno una Forlì di medici, giuristi, ecclesiastici e poeti si prendeva molto seriamente, e non senza una certa eleganza, il piacere di pensare.

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