Forlì, ottobre 1446: la cronaca di Giovanni di Mastro Pedrino racconta il passaggio di migliaia di soldati e il furto dei denari della gabella cittadina
Nell'ottobre del 1446, mentre Antonio Ordelaffi governava Forlì, giungevano dalla Lombardia notizie di una pesante sconfitta subita dalle truppe di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, contro l'esercito veneziano. Il famoso capitano Bartolomeo Colleoni, secondo quanto riferisce Giovanni di Mastro Pedrino nella Cronica del suo tempo, era stato “prexo e messo in castello”.
La notizia circolava anche da queste parti, benché il teatro dello scontro fosse lontano, giacché le vicende militari della pianura padana interessavano da vicino la Romagna, attraversata dalle compagnie che si spostavano tra i domini pontifici e gli Stati dell'Italia settentrionale. La stessa sconfitta compare, con qualche variazione, negli Annales Forolivienses, che sotto il primo ottobre ricordano lo scontro tra Veneziani e Milanesi: "Castra Venetorum confligunt gentes Philippi Marie, tribus millibus equitum captis". Vale a dire: Le truppe veneziane affrontano in battaglia le forze di Filippo Maria Visconti, catturando tremila cavalieri.
Il 18 ottobre Giovanni di Mastro Pedrino registra l'arrivo nel territorio forlivese delle brigate della Chiesa, composte da numerose compagnie a piedi e a cavallo. Vi erano gli uomini del viceré, quelli del castellano di Sant'Angelo, presente di persona, le brigate del patriarca, rimasto ammalato a Cesena, buona parte delle truppe appartenute al capitano Italiano, già morto, e quelle di Sigismondo Pandolfo Malatesta, accompagnate da numerose cernite. Il cronista precisa che i soldati alloggiarono nel territorio di Forlì, ricevendo vettovaglie dalla città e potendo entrare liberamente entro le mura.
Il 20 ottobre le compagnie si mossero verso Faenza, distaccando circa mille cavalieri diretti in Lombardia, senza che alcuno ne impedisse il passaggio. Tornarono quindi nel territorio forlivese, dove rimasero per tutto il venerdì, ricevendo abbondanti rifornimenti prima di riprendere la strada di Rimini. Giovanni annota che "era ditto che erano de cavalle 8000", riferendo una voce secondo la quale l'esercito avrebbe contato ottomila cavalli, cifra considerevole della quale non è possibile accertare l'esattezza. Anche Antonio Ordelaffi, benché gravemente infermo, aveva inviato quattrocento cavalieri e duecento fanti, affidati al comando del Bergamino.
Sul medesimo episodio interviene, oltre due secoli più tardi, Sigismondo Marchesi, il quale nel Supplemento istorico dell'antica città di Forlì ricorda che "Vennero li 18. d'Ottobre sul territorio di Forlì tutte le genti della Chiesa". Lo storico secentesco conferma la composizione delle compagnie e aggiunge che quelle truppe "hebbero provisione, e vittuvaglie da Forlì", potendo entrare in città "à loro compiacimento". Marchesi ne colloca la partenza al 20 ottobre, concordando così con la cronologia tramandata da Giovanni di Mastro Pedrino.
La presenza di tante compagnie armate richiedeva un notevole impegno da parte del governo cittadino, soprattutto per quanto riguardava la distribuzione dei viveri e la sistemazione degli uomini e degli animali. Antonio Ordelaffi, la cui infermità è ricordata da entrambi i cronisti, doveva provvedere alle necessità di un esercito numeroso, mantenendo nel contempo i rapporti con i comandanti pontifici. La partecipazione dei suoi quattrocento cavalieri e duecento fanti, ricordata da Giovanni, mostra inoltre che il signore di Forlì non si limitò a garantire il vettovagliamento delle truppe di passaggio.
Appena tre giorni dopo, nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 ottobre, Giovanni di Mastro Pedrino annotava un episodio di tutt'altra natura, avvenuto questa volta all'interno della città. Il cronista scrive che "fo el cocho de la gabella de Forlì robbado, tolto de dentro da la caxa da la gabella". Era stato dunque sottratto il denaro custodito nella cassa della gabella, una delle entrate dell'amministrazione cittadina, e la somma doveva essere considerevole, poiché Giovanni precisa che "eragle i dinare d'uno mexe".
Il cronista aggiunge che in quel momento erano priori Andriole de Pexo e Francesco de Zan Palmegano. Non vengono invece indicati gli autori della sottrazione, né sappiamo come sia stata compiuta o se il denaro sia stato successivamente recuperato. Non vi sono elementi per stabilire un rapporto tra la presenza dei soldati e il furto, tuttavia la vicinanza delle date consente di osservare quanto fossero numerose le questioni alle quali il governo forlivese doveva far fronte, mentre Antonio Ordelaffi era "amalado gravemente".

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