San Mercuriale e il giudice Tauro: il miracolo eucaristico tra Forlì e Rimini nelle versioni di Cobelli, Marchesi e Albicini, fra storia e leggenda
A Rimini, nell’anno 359, un giudice sfida i vescovi su ciò che per i cristiani è più sacro. Sostiene che l’eucaristia sia un alimento comune, destinato a essere digerito come ogni altro cibo. Le discussioni non lo convincono e la sua parola conquista la folla. Mercuriale prega, il giudice riceve il sacramento e muore. La fede dei presenti è salva.
È la vicenda di Tauro, uno degli episodi più drammatici della tradizione del primo vescovo di Forlì. Il racconto attraversa i secoli cambiando alcuni particolari decisivi: Tauro è pagano oppure ariano, semplice giudice o prefetto imperiale; muore davanti al popolo oppure, più tardi, in esilio. Queste differenze permettono di seguire la formazione di una memoria religiosa nella quale la celebrazione del santo si intreccia con avvenimenti e controversie di epoche diverse.
Come già scritto, resta difficile trarre le fila sulle vicende storiche del primo Mercuriale, nome che poi si sarebbe riproposto in vari vescovi forlivesi dei primi secoli, uomo che recenti studi hanno attribuito alla fine del Secondo e all’inizio del Terzo secolo, al tempo degli imperatori Severi.
Nelle agiografie comuni, invece, la sua missione è più tarda, prendendo a riferimento il concilio di Rimini del 359. Pertanto è collocato comunemente all’inizio del V secolo ma questa non è la sede per continuare tale dissertazione. Resta da capire qualcosa di più sull’episodio che vede Mercuriale affrontare un giudice pagano insieme con Rufillo di Forlimpopoli, Leo di Montefeltro, Gaudenzio di Rimini, Geminiano di Modena. Tauro, questo il nome del giudice, dopo aver irriso l’eucaristia, sarebbe morto di dissenteria come, secondo la tradizione, era morto l’eretico Ario.
La medesima trama assume toni più crudi nelle “Cronache forlivesi” di Leone Cobelli. Qui Tauro è un "heretico iudice" che predica l’arianesimo, disprezza i miracoli di Mercuriale e convince molti ascoltatori. Il Vescovo raggiunge Rimini con altri prelati, ma nessuno riesce a piegare l’avversario.
Il centro della disputa è l’ostia, che per Tauro "non era altro che solo semplice pane". Mercuriale si inginocchia davanti alla folla e invoca l’intervento di Dio. Dopo una nuova discussione, al giudice viene consegnata l’ostia consacrata: egli la mangia continuando a disprezzarla.
Il castigo segue immediatamente. Tauro è colpito da dolori violentissimi, espelle le viscere e, scrive Cobelli, "illi coram populo cade morto". I riminesi tornano allora alla fede professata dai vescovi, tributando onori a Mercuriale e ai suoi compagni. Il prodigio risolve ciò che la disputa aveva lasciato in sospeso: davanti alla comunità, la sconfitta dell’avversario dimostra la potenza divina.
Una cornice politica esplicita compare invece nel “Suplemento istorico” di Sigismondo Marchesi, pubblicato nel 1678. Marchesi introduce "un certo Tauro Prefetto per parte dell’Imperatore Costanzo", incaricato di favorire gli ariani e impedire ai vescovi cattolici di lasciare il concilio senza aver sottoscritto l’accordo. L’autore riferisce anche la promessa del consolato come ricompensa. La pressione dell’autorità imperiale entra così nella storia della controversia religiosa.
Cambia anche la provocazione eucaristica: Tauro pretende che i sacerdoti consacrino tanto del sacramento da riempirgli il ventre, per dimostrare che sarebbe stato normalmente digerito ed espulso. I santi si oppongono e pregano. Il giudice, tuttavia, non muore davanti a loro.
Marchesi ne racconta il viaggio a Roma per il consolato, la fuga per timore di Giuliano e la condanna all’esilio. È nell’esilio che Tauro "pagò la meritata pena della sua presontuosa bestemmia", morendo fra atroci dolori con l’espulsione delle viscere. La corrispondenza fra offesa e castigo resta intatta, ma la punizione viene rinviata e inserita in una sequenza di vicende politiche.
Marchesi chiama inoltre il protagonista "S. Mercuriale Vescovo di Forlì II. di questo nome". Per conciliare tradizioni incompatibili, conferma l’esistenza di due santi vescovi omonimi.
Nell’Ottocento Cesare Albicini affronta il problema con un diverso intento. Nel saggio “Miti e leggende intorno alla città di Forlì”, datato 1877 osserva: "Mito e storia in questo punto sono confusi insieme".
Albicini riconosce nel personaggio il funzionario coinvolto nel concilio riminese, ma contesta la morte raccontata da Cobelli. Ricorda che Tauro fu console nel 361 e confinato a Vercelli nel 362: la sua vicenda proseguì dunque oltre il concilio. Segnala anche l’incongruenza relativa a Mercuriale, il cui arrivo a Forlì viene posto da Cobelli nel 423, oltre sessant’anni dopo l’assemblea.
La storia di Tauro custodisce così le tracce di successive rielaborazioni. Il giudice pagano, l’eretico e il prefetto incarnano forme diverse di opposizione alla comunità cristiana. Di fronte a loro Mercuriale assume il ruolo di difensore della fede, capace di sostenere il popolo quando la parola dei predicatori sembra perdere efficacia.

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