Ottobre 1503: Antonio Maria Ordelaffi era appena rientrato in città e un noto giurista veniva ferito. Si chiamava Guglielmo Lambertelli
Lo stemma della famiglia Lambertelli in frantumiL'autunno del 1503 aveva riportato a Forlì un nome antico, quello degli Ordelaffi, ma non ancora la pace. Alessandro VI era morto il 18 agosto e la costruzione politica di Cesare Borgia in Romagna, privata del sostegno che l'aveva resa possibile, si stava sfaldando. Così tornavano famiglie, fedeltà e conti lasciati in sospeso. Antonio Maria Ordelaffi entrò in città il 22 ottobre, cominciando quell'ultima e breve stagione della signoria che si sarebbe conclusa già l'anno seguente.
Sebastiano Menzocchi, nelle sue Croniche et annali della città di Forlì (scritte nel Cinquecento, posteriormente ai fatti), annota: "L'anno 1503, li 22 d'octobre il n° S.re Ant° Maria Ordelaffi entrò in Forlì alle 22 hore". Era entrato, sì, ma non aveva ancora tutta Forlì. La Rocca di Ravaldino rimaneva nelle mani di Consalvo Mirafonte, castellano spagnolo del precedente governo borgiano, con uomini, munizioni e cannoni. Per qualche giorno si ebbe dunque una situazione singolare: un signore dentro la città e un altro potere chiuso nella sua fortezza.
Di quelle giornate abbiamo un testimone prezioso, Andrea Bernardi detto Novacula, autore delle Cronache forlivesi (composte tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, mentre molti dei fatti narrati erano ancora cronaca vissuta). Il 24 ottobre scrive che "la voce se levò per la ciptà che l'era sta' prese al nostre castelano, chiamato Consalvo Mirafonte spagnolo". I forlivesi si mossero verso Ravaldino, il castellano intimò loro di andarsene e poi, irritato, "comentò a trare per la tera zorne e note et non aver reguardo ad alcune loco piatuse".
La Rocca sparava dunque su Forlì, giorno e notte, senza riguardo, dice Bernardi, neppure per i luoghi pii. Sigismondo Marchesi, che avrebbe rimesso mano alla storia in tempi più tardi nel Supplemento istorico dell'antica città di Forlì (pubblicato nel 1678), racconta la stessa scena: Consalvo prese "à cannonare la Città giorno, e notte", non risparmiando "nè à Chiese, nè ad altro".
Il giorno seguente, 25 ottobre, il Novacula annotò qualcosa che oggi finirebbe difficilmente in una cronaca politica. Guardò il cielo e vi trovò la "maligna stela de Saturne" congiunta con Marte. Secondo una credenza che egli stesso riferisce, Forlì sarebbe stata particolarmente soggetta a Saturno; la configurazione dei pianeti poteva pertanto annunciare "qualche gram contraversia contra nui". Sotto quel cielo poco promettente la città continuava ad avere un Ordelaffi nel Palazzo e uno spagnolo coi cannoni nella Rocca: è qui che incontriamo Guglielmo Lambertelli.
Non era un nome nuovo nella vita pubblica forlivese. Giurista, uomo di governo, apparteneva a quel ceto di dottori di legge che tra Quattro e Cinquecento sedevano accanto ai signori, amministravano città, trattavano affari e finivano inevitabilmente dentro la politica. Lo avevamo incontrato anche qualche anno prima, tra gli Anziani ai tempi di Caterina Sforza.
Giovedì 26 ottobre 1503 andò, insieme con Giovanni dalle Selle, a visitare Antonio Maria Ordelaffi. Il Novacula li definisce "tramedui doctore civile celeberimo". Prima di raccontare quello che successe aggiunge poche parole, quasi un anticipo della disgrazia: "come vose la suoa poca ventura".
Terminata la visita, Guglielmo s'avviò via. Arrivato "in capo dela schala granda in pete ala porta dal cortile", venne assalito. Bernardi, cronista contemporaneo ai fatti, non lascia l'aggressore senza nome: era Nanni Morattini, capitano di Antonio Maria, e scrive: "per la forcia del bracio de dito capitano Nane Moratino, seconde al mio riporto, in tale loco lui se fu ferito da morte". Quel "seconde al mio riporto" non è un particolare trascurabile: Bernardi, almeno su questo punto, dichiara che sta riferendo quanto gli è stato raccontato. Ferito, dunque. Non ancora morto.
Quando Antonio Maria seppe dell'accaduto, secondo il Novacula ne ebbe tale dispiacere che "molte ie ne rencrebe et qui al piangea come tute suoi hochie". Rimproverò il capitano e fece portare Lambertelli nella casa di Antonio Teodoli, dove si tentò di curarlo "come hogne suoa diligentia". Non servì. Guglielmo rimase in vita due giorni e sabato 28 ottobre "lui rese al spirto a Dio".
Le date indicate da Bernardi si tengono bene fra loro. Il 26 ottobre 1503 era effettivamente un giovedì, il suo "die iovis"; il 28 era sabato, "die sabati". Anche la successione della cronaca procede senza salti sospetti. Difficile, almeno per la cronologia, trovare una testimonianza più solida.
Il corpo ebbe una prima sepoltura nella chiesa di Sant'Agostino. Soltanto alla fine dell'anno il figlio Matteo lo fece trasportare "ala ghiesia de Santo Mercurialo", nella cappella della famiglia, dove per lui fu celebrato "uno belo oficio".
Fin qui il Novacula. Poi le cose cominciano a cambiare.
Menzocchi scrive: "L'anno 1503, alli 26 di Settembre fo ammazzato M. Guglielmo Lambertelli sulla porta del Palazzo a furore di populo". Il giorno, curiosamente, rimane il 26; il mese, invece, diventa settembre. Spariscono inoltre i due giorni di agonia e sparisce Nanni Morattini: Lambertelli non è più ferito da un uomo determinato, ma "ammazzato" dal "furore di populo".
Può trattarsi di un errore di Menzocchi, della fonte dalla quale traeva la notizia o della trasmissione del testo. Non lo sappiamo. Più interessante è ciò che viene subito dopo, perché Menzocchi conosce, o accoglie, una spiegazione che non compare nel passo del Novacula dedicato all'aggressione: "e ciò perchè lui trattava insieme con il Castellano della Rocha di dare Forlì a Veneziani, pensiero nefando et scelerato disegno d'un Cittadino contro la sua patria".
Ecco dunque un altro Lambertelli. Non più soltanto il "doctore civile celeberimo" cui toccò la "poca ventura", ma un uomo accusato di avere trattato col castellano la consegna della città ai Veneziani.
Quasi due secoli dopo i fatti, Marchesi sembra avere sul tavolo entrambe le storie. Conserva la sequenza del 24 ottobre, la folla che si porta verso Ravaldino, Consalvo e le cannonate; sa della visita di Guglielmo ad Antonio Maria e ricorda persino il pianto dell'Ordelaffi. Ma conosce anche il tradimento veneziano: Consalvo, scrive, "cominciò à trattare di dar la Rocca, e la Città à' Venetiani mediante il negotiato del Dottore Guglielmo Lambertelli".
La sua data è però una terza. Per Marchesi, "il medesimo Lambertelli li 25. detto nel ritornare da visitar l'Ordelaffo fu dal furore del popolo su la porta del Palazzo ammazzato". Poi arriva il giudizio: "castigo condegno al suo nefando pensiero".
Menzocchi aveva scritto "pensiero nefando", Marchesi "nefando pensiero"; l'uno dice che Guglielmo trattava col castellano "di dare Forlì a Veneziani", l'altro che Consalvo voleva "dar la Rocca, e la Città à' Venetiani" attraverso il "negotiato" di Lambertelli. Le somiglianze sono troppe per non notarle, anche se da queste sole righe non si può stabilire se Marchesi avesse davanti Menzocchi oppure una fonte, scritta o tramandata, comune a entrambi.
Marchesi, d'altra parte, conosce particolari che ritroviamo nel Novacula: Guglielmo sta tornando dalla visita all'Ordelaffi, l'aggressione avviene presso il Palazzo e Antonio Maria non se ne rallegra affatto, anzi ne è addolorato fino alle lacrime. Anche la sepoltura si è fatta più breve nel racconto: Sant'Agostino scompare e rimane soltanto l'"honoreuole sepoltura in S. Mercuriale" procurata dal figlio Matteo.
Sul tradimento, invece, le carte fin qui viste consigliano qualche cautela. Menzocchi ne è certo; Marchesi lo è altrettanto. Un'eco diversa dell'accusa si trova nei Lustri antichi e moderni della Città di Forlì, stampati nel 1757. Alla voce "Guglielmo Lambertelli" si svela un personaggio di rilievo, ricordato quale uomo celebre per il sapere e per le cariche ricoperte; era per esempio stato governatore di Imola e supremo uditore di Girolamo Riario. Poi vi si legge: "Ritornato Guglielmo alla Patria, ed entrati i Cittadini in sospetto, che dar la volesse in mano de' Veneti...". Qui, almeno nella scelta delle parole, non si afferma che il tradimento fosse stato provato: si ricorda il sospetto maturato fra i cittadini. Il Novacula, che quei giorni li viveva e che dell'aggressione conosce luogo, data, aggressore, ferite, cure e conseguenze, nel passo esaminato non ne parla.
Non è un'assoluzione e non è una condanna. Per sapere qualcosa di più occorrerebbe trovare il negoziato in una fonte contemporanea indipendente, magari nelle carte veneziane o nella corrispondenza politica di quei mesi. Il contesto, del resto, era tale che Venezia non poteva essere considerata un nome peregrino: Antonio Maria aveva avuto rapporti con la Repubblica e, nella confusione seguita alla caduta borgiana, alleanze e trattative si muovevano rapidamente.
Rimane una settimana d'ottobre che il Novacula ci consente quasi di percorrere. Il 22 Antonio Maria entra a Forlì. Il 24 la gente si muove verso Ravaldino e Consalvo risponde coi cannoni. Il 25 Saturno e Marte si incontrano nel cielo del cronista. Il 26 Guglielmo Lambertelli esce dalla visita all'Ordelaffi e viene ferito presso il Palazzo. Il 28 muore.
Poscia comincia il lavoro della memoria. Per Bernardi fu la "poca ventura" di Guglielmo; per Menzocchi dietro quella morte c'era un "scelerato disegno"; per Marchesi si trattò del "castigo condegno" di un "nefando pensiero". Tre cronisti, tre date — 26 ottobre, 26 settembre, 25 ottobre — e perfino due diversi autori materiali dell'aggressione, Nanni Morattini da una parte, il "furore del popolo" dall'altra.

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