Il vaiolo a Forlì nel 1720: nel Fondo Dall'Aste Brandolini la testimonianza sulla morte di numerosi bambini
Il vaiolo, nel Settecento, era una presenza ricorrente. Malattia contagiosa ed epidemica, si manifestava con febbre ed eruzioni che si trasformavano in pustole, lasciando spesso profonde cicatrici nei sopravvissuti. Nelle città settecentesche erano soprattutto i bambini a pagare il prezzo delle periodiche recrudescenze: gli adulti che avevano già superato la malattia conservavano infatti una protezione che mancava alle nuove generazioni. A Bologna, nel 1720, erano morti circa quattromila fanciulli, secondo quanto scrisse il medico Cesare Marescotti.
Se ci spostiamo verso la Romagna, troviamo nello stesso anno una testimonianza meno nota.
Nelle carte del Fondo Dall'Aste Brandolini, conservato presso l'Archivio di Stato di Forlì, un manoscritto che raccoglie fatti avvenuti nei mesi di settembre e ottobre 1720 contiene questa annotazione: "Quest'anno ha imperversato un male così fiero di vaioli ne piccoli fanciulletti, che bona parte né ha portato in Cielo".
Anche a Forlì, dunque, il vaiolo aveva colpito soprattutto i bambini e molti di loro erano morti. Il cronista non fornisce cifre e neppure precisa quando il contagio fosse cominciato. Scrive "quest'anno": settembre e ottobre sono i mesi nei quali la notizia viene registrata, ma non è detto che l'epidemia fosse iniziata allora.
Subito dopo aggiunge un particolare ancora più significativo. Il vaiolo aveva lasciato molte famiglie "scontente", alcune delle quali si erano estinte a causa di quelle "immature morti". Dietro i "piccoli fanciulletti" ricordati nel manoscritto c'erano dunque famiglie che avevano perduto i figli e, in qualche caso, anche la propria discendenza.
Non sappiamo se il vaiolo che infierì a Forlì fosse collegato all'epidemia documentata nello stesso anno a Bologna. Per dirlo servirebbero altre testimonianze. Un controllo dei registri parrocchiali dei morti potrebbe però dare qualche risposta, mostrando l'andamento delle sepolture infantili nel corso del 1720 e forse anche i mesi nei quali il morbo fu più violento.
Nelle stesse pagine compare un'altra morte. L'8 settembre 1720 morì improvvisamente il vicario Paolucci, ricordato dal cronista come "homo assai dotto, e di vita e costumi incorrotti".
La scomparsa rese necessario sostituirlo e l'incarico venne affidato all'arcidiacono Guido Orselli. Il cronista, però, annota che era "assai giovine per tale incombenza". E in effetti Orselli, nato a Forlì nel 1685, aveva appena compiuto trentacinque anni.
La morte del vicario e il vaiolo dei bambini finiscono così a poca distanza l'una dall'altro nelle pagine del manoscritto. Del primo conosciamo il giorno della morte e il giudizio lasciato dal cronista. Dei bambini non conosciamo né i nomi né il numero. Sappiamo soltanto che furono tanti, tanto da lasciare dietro di sé famiglie "scontente" e, in alcuni casi, estinte.
Il cronista le chiamò semplicemente "immature morti".

Commenti
Posta un commento