4 settembre 1494: Annibale Bentivoglio è a Forlì con le sue squadre e si reca subito da Caterina Sforza, proprio nei giorni della difficile trattativa sulla condotta della Tigre
Il 4 settembre 1494 Annibale Bentivoglio si trovava a Forlì. A stabilirlo con sicurezza è una lettera diplomatica scritta proprio quel giorno; Andrea Bernardi, detto il Novacula, cronista contemporaneo dei fatti, ne racconta invece l’arrivo serale, annotando il seguito armato e l’immediata visita a Caterina Sforza. Le due testimonianze osservano la stessa giornata da prospettive diverse e, tenute prudentemente distinte, permettono di ricostruire un episodio nel quale la vita della città si intreccia con una crisi politica assai più vasta: la spedizione di Carlo VIII verso il Regno di Napoli aveva ormai messo in movimento eserciti e diplomazie, mentre Caterina discuteva con i propri alleati le condizioni alle quali avrebbe continuato a sostenere lo sforzo militare.
A raccontare ciò che avvenne a Forlì è il cronista Andrea Bernardi, detto il Novacula, nato nel 1450 nel Bolognese e trasferitosi ventenne in città. Non siamo dunque davanti alla ricostruzione di uno storico vissuto secoli più tardi, ma alla testimonianza di un cronista che abitava a Forlì e seguiva da vicino molte delle vicende che registrava. Nella sua Cronaca, annunciando l’arrivo del giovane Bentivoglio, scrive: “la sera presente vene al mio M. Anibale”, precisando che era figlio di Giovanni Bentivoglio, “condutore deli signore Fiorentino”, e che veniva con “cercha 6 squadre”.
Annibale, nato nel 1469, era infatti il primogenito di Giovanni II Bentivoglio e Ginevra Sforza. Giovanni dominava la vita politica di Bologna e la sua posizione si era ormai trasformata in una vera signoria personale, pur nella formale dipendenza della città dalla Santa Sede; Annibale, al quale già da bambino era stato riconosciuto il diritto di succedere al padre nel primato cittadino, ne era il successore designato. Arrivava dunque a Forlì non soltanto un condottiero venticinquenne, ma l’erede della famiglia che governava di fatto Bologna.
In quel momento, tuttavia, Annibale non comandava truppe bolognesi per conto del padre. Dall’aprile del 1493 era tornato al soldo di Firenze e nel 1494 si trovava alle dipendenze di Piero de’ Medici; durante la campagna in Romagna fu anzi il condottiero che i Fiorentini inviarono presso l’esercito del duca di Calabria.
Bernardi racconta invero che Annibale, una volta arrivato, “di subito andò in citadela” a visitare Caterina e aggiunge che la signora “lei le mostrò gram feste”. L’espressione appartiene al linguaggio dell’accoglienza cortese e non consente, da sola, di dedurre quale fosse il tono politico dell’incontro; ciò che possiamo affermare senza forzare la fonte è che il Bentivoglio, appena giunto a Forlì, si recò immediatamente nella cittadella di Ravaldino e fu ricevuto con grandi dimostrazioni di riguardo. Su quanto Caterina e Annibale si dissero, invece, il Novacula (non invitato) tace.
Per capire perché quella visita avvenisse in un momento particolarmente delicato occorre affiancare alla cronaca cittadina un’altra testimonianza contemporanea. A scrivere è Bernardo Dovizi da Bibbiena, allora giovane uomo di fiducia di Piero de’ Medici, impegnato in Romagna presso l’esercito aragonese e destinato molti anni più tardi a diventare celebre come cardinal Bibbiena. Le sue lettere avevano una funzione eminentemente politica: informavano Piero sugli spostamenti delle truppe, sulle intenzioni degli alleati e sulle difficoltà che potevano compromettere la campagna.
Proprio il 4 settembre 1494, Dovizi scrisse a Piero de’ Medici dal campo aragonese. La sua lettera è preziosa perché illumina ciò che stava accadendo intorno a Caterina nelle medesime ore in cui il Novacula registrava l’arrivo di Annibale. Secondo Dovizi, “Madonna di Furli”, cioè Caterina Sforza, pretendeva che papa Alessandro VI, Alfonso II di Napoli e Piero de’ Medici le consentissero di aumentare a propria discrezione la condotta, motivando la richiesta con i danni che la guerra arrecava al suo territorio. La condotta era il contratto attraverso il quale un principe o un capitano si impegnava a mettere a disposizione determinate forze militari in cambio di un compenso. Dietro questo termine stavano questioni molto concrete: uomini da mantenere, cavalli, armamenti, vettovaglie, paghe e, in questo caso, anche le conseguenze che il movimento degli eserciti produceva sui territori attraversati. La posizione di Caterina, almeno come viene riferita da Dovizi, nasceva precisamente da questo intreccio fra impegno militare e costi della guerra.
La trattativa non procedeva bene. Il duca di Calabria, Ferdinando d’Aragona, aveva mandato da Caterina messer Traiano per cercare di comporre la questione; l’inviato era però tornato senza averla risolta, perché Giacomo Feo gli aveva comunicato la rottura della condotta, dal momento che il pontefice non intendeva corrispondere la propria quota. I capi della coalizione antifrancese, sempre secondo la relazione di Dovizi, erano arrivati a considerare la possibilità di proseguire anche senza Caterina.
Ed è proprio a questo punto della lettera che ricompare Annibale. Dovizi riferisce che “Messer Hannibale”, dovendo alloggiare quella notte a Forlì, avrebbe tentato una mediazione. La coincidenza con il racconto del Novacula è notevole, ma bisogna resistere alla tentazione di completare con l’immaginazione ciò che i documenti lasciano incompleto. Bernardi attesta che Annibale, appena arrivato, andò in cittadella da Caterina; Dovizi attesta che Annibale avrebbe trascorso la notte a Forlì e che ci si aspettava da lui un tentativo di mediazione. Non possediamo però una fonte che identifichi esplicitamente quella visita in cittadella con il colloquio di mediazione, né conosciamo le parole scambiate fra i due.
Intorno a quella sera si muoveva, del resto, una partita ben più grande. Carlo VIII di Francia aveva avviato la spedizione destinata alla conquista del Regno di Napoli, e la prospettiva della sua avanzata stava già costringendo gli Stati italiani a ripensare alleanze, condotte e strategie. Annibale stesso si trovava in una posizione delicata: serviva Firenze nello schieramento ostile all’impresa francese, mentre suo padre Giovanni II, sollecitato da più parti, avrebbe mantenuto una linea assai più prudente, evitando di compromettere apertamente Bologna. Per Forlì, però, la grande politica italiana non era soltanto questione di alleanze diplomatiche. Significava il passaggio e l’approvvigionamento degli eserciti, il mantenimento delle proprie truppe, i danni arrecati al territorio e il denaro necessario per sostenere gli impegni assunti. È in questo quadro che la posizione di Caterina diventa più comprensibile: la Tigre non stava semplicemente manifestando un malumore nei confronti degli alleati, ma legava la disponibilità delle proprie forze alle condizioni economiche della condotta e alle conseguenze che la guerra stava producendo sul suo Stato.
Nei documenti di quei giorni Caterina appare quindi in una dimensione meno spettacolare, ma forse più interessante di quella consegnata dalla leggenda. Mentre gli eserciti si preparavano a misurarsi con la spedizione francese, la signora di Forlì doveva fare i conti con pagamenti promessi, obblighi militari e danni subiti dal territorio; e quando Annibale Bentivoglio entrò a Ravaldino quella sera di settembre, dietro le “gram feste” rimaneva aperta una questione assai concreta, nella quale uomini, cavalli e denaro finivano inevitabilmente per misurare anche il peso politico che Forlì poteva esercitare nel complicato equilibrio italiano del 1494.

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