Forlì prima della storia

Le selci di Monte Poggiolo raccontano una presenza umana nel territorio forlivese di circa 850 mila anni fa: quei semplici sassi hanno portato il nome di Forlì nella ricerca internazionale


Tra le molte cose di cui si discusse a Forlì nel settembre del 1996, quando la città stava ospitando il tredicesimo Congresso mondiale di Scienze preistoriche e protostoriche, ve ne fu una che, almeno all'apparenza, non avrebbe avuto molte possibilità di contendersi l'attenzione con i grandi temi dell'evoluzione umana. Un gruppo di studiosi aveva sottoposto ad analisi alcuni sassi raccolti a Ca’ Belvedere di Monte Poggiolo. 

A chiamarli sassi, del resto, non si fa loro alcun torto, perché di questo si tratta: ciottoli silicei, molti di dimensioni piuttosto modeste, che non possiedono la grazia di un vaso, la solennità di una statua e neppure quell'aria inequivocabilmente archeologica che rende immediatamente riconoscibile un reperto dietro il vetro di una vetrina. Bisogna guardarli meglio, e soprattutto sapere che cosa cercare, perché la loro importanza non sta tanto nella forma che hanno oggi quanto in ciò che accadde loro circa 850 mila anni fa, quando qualcuno li raccolse e cominciò a colpirli intenzionalmente per ricavarne schegge taglienti.
Di chi compì quei gesti non conosciamo praticamente nulla, poiché nel sito non sono comparsi resti umani che consentano di attribuire con sicurezza quelle attività a una determinata specie; e tuttavia, per uno di quei paradossi che rendono l'archeologia una forma d’indagine intrigante, sappiamo qualcosa del modo in cui quelle mani lavoravano, proprio perché sono rimaste le pietre sulle quali operarono.

La selce si presta bene alla scheggiatura perché, quando viene colpita nel modo opportuno, può rompersi producendo frammenti dai margini molto taglienti, ed erano soprattutto questi ultimi a interessare i frequentatori ancestrali del luogo. Il ciottolo, dunque, non doveva necessariamente diventare un utensile dalla forma compiuta e riconoscibile, poteva però servire come una sorta di riserva dalla quale staccare ciò che occorreva. Tanto che alcuni oggetti che, osservati nella loro forma finale, avrebbero potuto essere interpretati come strumenti rozzi ricavati da un ciottolo, grazie allo studio delle sequenze di lavorazione sono stati riconosciuti piuttosto come ciò che rimaneva dopo averne ricavato diverse schegge.
Anche la parola “opportunistico”, ricorrente negli studi dedicati a tali tecniche tanto antiche, merita qualche cautela. Nel caso di Monte Poggiolo indica infatti un modo assai flessibile di affrontare la materia prima: chi prendeva in mano un ciottolo ne sfruttava forma, dimensioni e superfici naturali, modificando di conseguenza la successione dei colpi. Se la pietra offriva una certa possibilità la si seguiva, se ne offriva un'altra si cambiava procedimento, senza l'obbligo, che evidentemente preoccupa più noi che loro, di produrre oggetti tutti uguali e facilmente classificabili. Gli studi tecnologici successivi hanno insistito proprio su questa capacità di adattare la lavorazione alle caratteristiche del ciottolo.

A Monte Poggiolo, gli archeologi hanno tra l’altro individuato numerosi “rimontaggi”: una scheggia staccata centinaia di migliaia di anni fa può combaciare con il ciottolo dal quale proviene e, quando se ne ritrovano diverse appartenenti alla medesima lavorazione, è possibile tentare di ricostruire l'ordine dei distacchi, osservando come quella pietra venne progressivamente trasformata. Gli studi condotti sul complesso di Ca' Belvedere hanno attribuito grande importanza proprio a questi ricongiungimenti, perché consentono di avvicinarsi non soltanto all'oggetto finito, ma alla successione delle operazioni compiute per ottenerlo.
Ed è forse qui che Monte Poggiolo acquista la sua dimensione più interessante, perché un sasso scheggiato molto antico può attestare una presenza umana, mentre un insieme rimasto nel luogo della lavorazione, nel quale numerosi pezzi possono essere ricondotti ai rispettivi ciottoli, permette di intravedere un comportamento. Con la vertigine di un viaggio nel tempo, possiamo osservare quale pietra fu raccolta, come qualcuno cominciò a lavorarla, e in quale successione ne staccò le schegge. Una cosa quasi commovente, se si sa guardare oltre il sasso. 
Così il nome di Ca’ Belvedere è entrato in una geografia scientifica assai più vasta, quella delle ricerche sul primo popolamento dell’Europa. Non perché vi sia stato trovato il più bello degli strumenti paleolitici, categoria che avrebbe probabilmente lasciato abbastanza indifferente chi lo fabbricò, ma perché vi si è conservata una testimonianza sufficientemente antica e leggibile da permettere agli studiosi di interrogarsi sulle capacità tecniche dei primi gruppi umani arrivati nel continente.

A questo punto anche dire che si tratta della “storia di Forlì” diventa problematico, perché 850 mila anni sono una quantità di tempo capace di mettere in imbarazzo perfino la parola storia. Non esisteva Forlì, naturalmente, e non esisteva la Romagna; non c'erano Romani, Umbri o Etruschi da sistemare ordinatamente nei capitoli precedenti, mentre il paesaggio stesso era profondamente diverso da quello sul quale sarebbero state costruite città, strade, rotonde e tutto quanto abbiamo ritenuto indispensabile aggiungervi. C'era però una presenza simile alla nostra e c'erano mani capaci di scegliere un ciottolo e trasformarlo secondo necessità, il che rende le radici umane di questo territorio tanto profonde da risultare quasi estranee alle categorie con cui siamo abituati a raccontarlo.
Trent'anni fa, proprio in questi giorni di settembre, Forlì ebbe l'occasione di accorgersene in grande stile, perché il congresso del 1996 la mise per qualche giorno sulla ribalta internazionale della preistoria e della protostoria, alimentando aspettative che, viste le premesse, non erano affatto stravaganti. Attorno all'appuntamento si mossero iniziative, pubblicazioni e perfino il cinema archeologico, mentre Monte Poggiolo offriva qualcosa che una città desiderosa di costruire una propria fisionomia culturale avrebbe difficilmente potuto commissionare a un'agenzia di comunicazione: ottocentocinquantamila anni di presenza umana nel proprio territorio.

Il seguito, come spesso accade dalle nostre parti quando un’occasione rischia di diventare un’abitudine, fu meno impegnativo. La ricerca scientifica proseguì, mentre quella particolare stagione forlivese si consumò piuttosto rapidamente; e, quasi a rendere il quadro più armonioso, proprio nel 1996 chiuse il Museo Archeologico “Antonio Santarelli”. Altre raccolte civiche avrebbero conosciuto negli anni successivi vicende differenti, ma non molto più fortunate, con la conseguenza di sottrarre a lungo alla normale fruizione una parte considerevole di quel patrimonio che generazioni di studiosi e donatori avevano affidato alla città. E chi ha più potuto da allora vedere il migliaio di manufatti, schegge e ciottoli lavorati, provenienti da quel tempo lontanissimo?

Le occasioni culturali, diversamente dalle selci, non si conservano per 850 mila anni se qualcuno non s’appresta a raccoglierle. Forlì, che quanto ad amor proprio non ha mai peccato per eccesso, non è infatti obbligata a riconoscersi soltanto nelle immagini più facilmente commerciabili della Romagna, per quanto piadine, motori, sorrisi e convivialità abbiano certamente il loro posto. Una città può permettersi identità più complicate e persino sovrapposte, soprattutto quando dispone di una vicenda che, dalle prime presenze umane sulle colline, attraversa il mondo romano, il Medioevo, le signorie, il Rinascimento e il Novecento. 
Monte Poggiolo non deve diventare un nuovo stereotipo da sostituire ai precedenti, ma potrebbe almeno ricordarci quanto siano più larghe la storia e, addirittura, la preistoria del territorio nostrano.

Commenti