Forlì, 27 agosto 1347: Peppo degli Oraboni e la moglie Caterina donarono le loro case ai Carmelitani, ponendo le origini della chiesa del Carmine nella città governata da Francesco II Ordelaffi
Lo stemma Oraboni e Francesco II OrdelaffiIl 27 agosto 1347, mentre Francesco II Ordelaffi affrontava un papato intenzionato a ricondurre la Romagna sotto la propria autorità e Forlì viveva le conseguenze dell'interdetto, Peppo del fu Orabono e sua moglie Caterina destinavano alcuni casamenti ai Carmelitani.
A registrare la data è Sigismondo Marchesi nel Supplemento istorico dell'antica città di Forlì, pubblicato nel 1678, opera concepita come ampliamento della storia cittadina di Paolo Bonoli. Marchesi introduce la notizia che lascia percepire il clima di quegli anni: “Durava ancora l'interdetto in Forlì”. In quella situazione, scrive, “Peppo de gli Oraboni nobile Forlivese” e Caterina sua moglie ottennero licenza di poter far celebrare, avendo il 27 agosto donato le proprie case ai frati del Carmine perché vi fosse edificata, sotto l'invocazione della Vergine, una chiesa destinata alla loro devozione.
L'interdetto era una delle più severe forme di pressione che l'autorità ecclesiastica potesse esercitare su una comunità, poiché comportava pesanti limitazioni alla normale celebrazione pubblica degli uffici religiosi. Dietro quella breve annotazione di Marchesi si intravede dunque il grande conflitto politico nel quale Forlì era immersa: da una parte il papato, deciso a riaffermare il proprio dominio sulla Romagna; dall'altra Francesco II Ordelaffi, signore ghibellino che aveva fatto della resistenza alle pretese pontificie uno dei cardini della propria azione.
In un contesto tanto acceso, Marchesi ricorda che proprio in ragione di quella donazione i due coniugi ottennero la facoltà di far celebrare: un privilegio che, in una città interdetta, assumeva un significato assai più concreto di quanto oggi potrebbe suggerire una semplice formula ecclesiastica.
La questione, come spesso accade nel Medioevo, era insieme politica, giuridica ed economica. Lo stesso Bonoli, raccontando gli avvenimenti immediatamente successivi, ricorda come nel marzo del 1348 si trattasse la pace e come fra le questioni pendenti figurasse il censo dovuto alla Chiesa dall'Ordelaffi: Francesco lo pagò cercando di ottenere l'assoluzione dalle censure ecclesiastiche e una ricomposizione del conflitto. La nascita dell'insediamento carmelitano viene collocata da Bonoli proprio entro questo tormentato passaggio.
Marchesi definisce Peppo semplicemente, ma significativamente, “nobile Forlivese”. Della famiglia, che nelle cronache cittadine non ebbe mai la visibilità riservata ai grandi casati protagonisti delle contese politiche, egli conserva anche lo stemma: “Campo d'oro. Mezzo bue rosso”, un'arma essenziale e immediatamente riconoscibile, nella quale il massiccio animale campeggia sul fondo dorato.
Bonoli, nelle Istorie della città di Forlì del 1661, scrive di “Peppo di Orabone Oraboni, e Caterina la Moglie”, i quali, nelle proprie case, diedero principio alla chiesa e al convento della Nunziata introducendovi i Carmelitani. Marchesi, pochi anni dopo, abbrevia la denominazione in “Peppo de gli Oraboni” e non attribuisce alcun cognome a Caterina.
Filippo Guarini, nelle sue annotazioni manoscritte sulle famiglie forlivesi, torna sugli Oraboni e identifica invece il personaggio come "Peppo del fu Orabono". La formula permette di intendere con maggiore chiarezza quella utilizzata da Bonoli: Peppo era figlio di un Orabono già defunto e apparteneva alla famiglia degli Oraboni.
Guarini offre anche una pista sulle origini della famiglia, mettendo gli Oraboni in relazione con i Vaini d'Imola. La notizia va accolta con la cautela dovuta a un'annotazione genealogica manoscritta, della quale alcuni passaggi rimangono di non agevole lettura; trova tuttavia un riscontro nella successiva tradizione araldica, che conosce una famiglia Vaini di Imola “anticamente detta Oraboni”.
Assai più concreta è la notizia relativa al 27 agosto 1347, perché Guarini non sembra limitarsi a ripeterne la data: nelle sue note richiama un rogito notarile relativo alla donazione compiuta da Peppo e Caterina ai frati di Monte Carmelo, indicando, secondo la lettura che pare possibile ricavare dal manoscritto, il notaio Andrea di Mengo Nascimbeni. Se la lettura sarà confermata da un esame diretto dell'originale, non ci troveremmo dunque soltanto davanti a una tradizione ripetuta dagli storici forlivesi, ma alla memoria di uno specifico documento notarile che Guarini aveva potuto consultare o del quale conosceva almeno gli estremi.
Marchesi, del resto, fornisce un'indicazione altrettanto concreta. Raccontando ciò che avvenne dopo la donazione, precisa che i relativi strumenti erano registrati nell'Archivio della Badia di San Mercuriale, poiché quei casamenti erano legati all'abbazia da un rapporto di enfiteusi. Dietro la fondazione religiosa emerge così anche la geografia patrimoniale della Forlì medievale, nella quale possedere una casa non significava necessariamente detenerla secondo l'assolutezza proprietaria alla quale siamo abituati: diritti diversi potevano sovrapporsi sul medesimo bene, collegando famiglie, monasteri e istituzioni ecclesiastiche.
Secondo Marchesi, nell'anno successivo alla donazione i Carmelitani accettarono quanto era stato loro offerto e diedero principio alla chiesa e al monastero. Bonoli, meno preciso nella cronologia, colloca comunque l'insediamento nello stesso torno di tempo e aggiunge un particolare di notevole interesse, sostenendo che quel convento fosse il più antico posseduto dai Carmelitani “in codesta Provincia, consistente della Romagna e della Marca”. Naturalmente il Carmine che Peppo e Caterina avrebbero potuto vedere non coincide con quello che conosciamo.
Resta allora un curioso paradosso. L'interdetto era stato concepito per sospendere, o almeno comprimere, la normale vita religiosa di una città ribelle; proprio durante quell'interdetto, tuttavia, vennero poste le condizioni perché sorgesse una nuova istituzione religiosa destinata a sopravvivere per secoli. Il 27 agosto 1347 non racconta quindi soltanto la generosità di due coniugi né soltanto l'origine del Carmine: mostra quanto poco nette fossero, nella Forlì medievale, le frontiere fra conflitto politico e pratica religiosa. Mentre Francesco Ordelaffi e il papato si disputavano giurisdizioni, censi e obbedienze, Peppo e Caterina agivano dentro quello stesso sistema, ottenendo un'eccezione all'interdetto e trasformando un patrimonio familiare in uno spazio ecclesiastico.

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