Agosto 1905: il grande processo del Tribunale di Forlì che svelò una clamorosa frode elettorale
Nell'agosto del 1905, le elezioni amministrative nel territorio forlivese sarebbero finite al centro di uno dei più vasti scandali elettorali della Romagna.
A raccontarlo è una corposa sentenza pronunciata dal Tribunale di Forlì l'8 aprile 1907, al termine di un'inchiesta lunga e minuziosa che portò alla condanna di cinquantacinque persone. Il collegio giudicante era composto dai magistrati Barili, Parodini e Carpi, mentre il verbale fu controfirmato dal vice cancelliere Busana.
La vicenda non riguardava brogli nello scrutinio né schede falsificate: il meccanismo era molto più raffinato e affondava le proprie radici nella legislazione dell'epoca.
Nel 1905 il suffragio amministrativo era ancora censitario, dunque per essere iscritti nelle liste elettorali comunali non bastava la cittadinanza: occorreva possedere determinati requisiti economici o risultare iscritti in specifici ruoli tributari e fra essi figurava la tassa sul bestiame.
Secondo il Tribunale di Forlì, proprio questo requisito sarebbe stato sfruttato per costruire un sistema di intestazioni fittizie di bovini, cavalli, vitelli e altri animali. Attraverso denunce presentate ai ruoli fiscali, persone che non avevano alcun effettivo diritto sul bestiame sarebbero state fatte figurare come proprietarie o comproprietarie, ottenendo così il titolo necessario per entrare nelle liste elettorali amministrative del Comune di Meldola.
L'obiettivo, per i giudici, era chiarissimo: influenzare le elezioni comunali dell'agosto 1905.
I magistrati ricostruiscono pazientemente la storia di ogni singola stalla, confrontando le denunce presentate tra il 1902 e il 1905, ascoltando decine di testimoni e mettendo a confronto registri fiscali, certificati dell'esattoria e interrogatori.
Sfilano così i fondi agricoli "Scodazzino", "Biagi", "Colombaia", "Cucca", "Varano", "Batasse", "Sbaratoio" e molti altri, ciascuno con il proprio intreccio di intestazioni, cambi di proprietà e presunte società.
In molti casi gli stessi animali risultano intestati, nel giro di pochi anni, a persone diverse; compaiono improvvisamente nuovi comproprietari; altri spariscono quando il numero dei capi diminuisce, per poi riapparire negli anni successivi.
Per il Tribunale di Forlì, queste continue variazioni non rispondevano a reali esigenze economiche, ma alla necessità di distribuire il possesso del bestiame fra un numero sempre maggiore di persone.
Molti imputati sostennero di essere entrati in società con altri allevatori, versando generalmente trecento lire per acquistare quote del bestiame.
Le dichiarazioni degli imputati risultano, secondo il Collegio, piene di contraddizioni. C'è chi colloca la nascita della società nel 1902, chi nel 1903, chi nel 1904 e chi addirittura nel 1905. Alcuni affermano di non conoscere i propri soci; altri ignorano il numero degli animali posseduti; altri ancora dichiarano di non essersi mai interessati della gestione del bestiame pur sostenendo di esserne comproprietari.
Ancora più significative appaiono le testimonianze dei coloni che lavoravano quotidianamente nelle stalle. Molti raccontano di aver sempre trattato esclusivamente con il proprietario del fondo o con chi ne amministrava gli interessi, senza sapere nulla dell'esistenza di decine di presunti soci.
Da questo insieme di deposizioni il Tribunale trae una conclusione netta: quelle società sarebbero state create soltanto sulla carta.
Fra tutti gli imputati emerge una figura centrale: don Giuseppe Panzavolta, parroco della chiesa di San Francesco di Meldola.
Lo stesso sacerdote ammette di avere compilato molte denunce relative al possesso del bestiame per conto di altre persone, sostenendo di averlo fatto semplicemente per rendere un servizio gratuito.
Il Tribunale, però, attribuisce a questa attività un significato completamente diverso.
Secondo i giudici, proprio don Panzavolta avrebbe predisposto gran parte delle denunce che permisero le intestazioni ritenute simulate, conoscendo perfettamente i continui cambi di nominativi e le quote attribuite ai vari interessati.
Nelle conclusioni della sentenza, il suo ruolo viene indicato come determinante nel consentire agli altri imputati di ottenere l'iscrizione nelle liste elettorali.
La vicenda coinvolge anche altri ecclesiastici come don Attilio Canali, don Luigi Guerrini, don Lorenzo Giunchi, don Pietro Zoli, don Sebastiano Raineri e lo stesso don Giuseppe Panzavolta. Don Dario Appi viene invece ritenuto concorrente nel reato insieme ad altri proprietari dei fondi agricoli.
I giudici, nelle ultime pagine della sentenza, affermano di avere raggiunto la convinzione che i primi quarantasette imputati (possidenti per lo più di Forlì e Predappio), salvo poche eccezioni, non avessero mai posseduto alcun reale diritto sul bestiame denunciato.
Le denunce, scrive il Collegio, erano state compilate "artificiosamente" a nome di persone che non avevano alcun interesse sugli animali, con il solo scopo di farle iscrivere nelle liste elettorali amministrative del Comune di Meldola.
Il Tribunale dichiara colpevoli quarantasei imputati di avere ottenuto fraudolentemente l'iscrizione nelle liste elettorali amministrative e altri nove di avere fornito il proprio concorso alla realizzazione del sistema. Fra i condannati compaiono nomi noti del territorio forlivese, proprietari terrieri, allevatori, professionisti e sacerdoti.
La pena è sostanzialmente identica per tutti: un mese di detenzione, cento lire di multa e tre anni di interdizione dal diritto di elettore e di eleggibilità, oltre alle spese processuali. La detenzione e la multa vengono sospese condizionalmente per cinque anni, ma resta l'interdizione elettorale.
Alcuni imputati vengono invece prosciolti o assolti: Giovanni Panzavolta e Angelo Capelli per insussistenza del fatto, Sante Panzavolta e Pietro Appi per insufficienza di prove, mentre Giacomo Costa esce dal procedimento per l'estinzione dell'azione penale conseguente al decesso.

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