Nell’agosto del 1444 alcuni cittadini forlivesi decisero, senza essere chiamati, di montare la guardia armati. Finché Antonio Ordelaffi disse basta
Quanto segue accadde a Forlì nell’agosto del 1444 e a tramandarne la memoria fu Giovanni di Mastro Pedrino, pittore, autore di una preziosa Cronica che attraversa decenni di vicende forlivesi.
Il cronista comincia osservando che per Forlì si vedevano comparire sempre più spesso delle brigate, vale a dire gruppi di cittadini che si riunivano e si muovevano insieme per la città. La situazione doveva essere abbastanza evidente perché Giovanni annotasse che il signore avrebbe dovuto occuparsene; e tuttavia, almeno in un primo momento, la cosa venne lasciata correre.
Poi, nelle notti del 4 e 5 agosto, la faccenda acquistò un carattere più serio.
Alcune di queste brigate erano infatti composte da cittadini che Giovanni descrive come uomini assai ricchi, persone appartenenti dunque a un ambiente che non può essere liquidato come quello di una marmaglia raccogliticcia. C’era però un particolare non secondario: quegli uomini, secondo il cronista, non erano soliti portare armi e, per di più, non avevano mai manifestato una particolare benevolenza nei confronti del signore. Che cosa intendessero fare esattamente non è semplicissimo da stabilire. Giovanni sembra attribuire loro un atteggiamento insieme politico e dimostrativo: parevano desiderosi di darsi un ordinamento proprio, quasi un autonomo “regimento”, e, senza essere stati convocati da alcuna autorità, si presentarono più volte dichiarando di voler “guardare la piazza”.
In altre parole, uomini privati, organizzatisi spontaneamente e armati, pretendevano di assumere una funzione che toccava direttamente uno dei nervi più sensibili di ogni potere cittadino: il controllo dello spazio pubblico e della forza.
Giovanni, però, non sembra particolarmente impressionato dalla loro baldanza. Anzi, nel descriverne l’agitazione ricorre a un paragone impietoso: non sapendo bene come comportarsi, scrive, facevano ripetutamente dimostrazione di sé “como le rane”.
Dietro quelle brigate notturne, che forse volevano apparire ordinate, risolute e minacciose quasi gonfiandosi come batraci, il cronista vede piuttosto un’agitazione confusa e rumorosa, una sicurezza ostentata che non ha ancora dovuto misurarsi con una vera opposizione.
Finché Antonio Ordelaffi, a capo di Forlì da undici anni, volle vederci chiaro con l’intento di farla finita con queste bande armate tra le mura della sua città.
Una notte mandò a dire ai cittadini che dovevano sciogliersi e tornarsene alle proprie case. L’ordine non lasciava molto spazio all’interpretazione; eppure gli uomini risposero che intendevano continuare a fare la guardia. Fu probabilmente questo il momento in cui una bravata, o comunque un’iniziativa politica ancora ambigua, divenne una questione di autorità. Se il signore aveva ordinato di andarsene e i cittadini avevano risposto che sarebbero rimasti, non era più soltanto questione di sorvegliare una piazza: si trattava di stabilire chi avesse il diritto di comandare in città.
Reagendo a questa forma di insubordinazione, Antonio prese due doppiere, cioè due grandi torce, e forte della scorta di un po’ di cortigiani si recò di persona là dove la brigata si era raccolta, ovvero presso il Ponte del Pane (il luogo che oggi si chiama Rialto Piazza). Fu così che quei forlivesi che avevano osato gonfiarsi della loro attitudine a farsi giustizia da sé, a controllare l’ordine con ronde ben fornite di armi fino ad allora forse conservate in casa nella noia e nell’inerzia oppure esperite soltanto in giochi da rampolli opulenti, dovettero fare i conti con l’autorità.
Quegli uomini si erano armati, avevano occupato lo spazio pubblico, avevano dichiarato di volerlo custodire e avevano persino respinto l’ordine di Antonio Ordelaffi. E adesso proprio lui era lì davanti a loro.
Molti secoli più tardi Ferenc Körmendi, nella “Generazione felice”, avrebbe scritto una frase nata in tutt’altro tempo e per tutt’altra storia, ma che sembra adattarsi singolarmente bene a quella notte forlivese: “La più sicura di ogni cosa è la prospettiva, per quanto possa essere falsa”.
E quella dei cittadini armati dovette mutare assai rapidamente. Mentre da lontano i doppieri illuminavano la notte, e i passi del potere a poco a poco si facevano vicini, giunse la paura.
Gli uomini che fino a pochi istanti prima avevano insistito sul proprio diritto di rimanere di guardia, non appena videro comparire il signore con i suoi uomini si diedero alla fuga.
La ritirata fu infatti così precipitosa che ciascuno abbandonò ciò che poteva ostacolarlo: chi lasciò a terra l’arma, chi il mantello, chi la berretta. Una scena quasi teatrale, che il volgare quattrocentesco restituisce con una rapidità efficacissima: “cue lassò l’arma, cue el mantello, cue la beretta”. Quella che avrebbe dovuto essere una dimostrazione di forza si concluse dunque con una disseminazione di oggetti personali lungo la via della fuga. E gli oggetti, naturalmente, avevano proprietari.
Proprio attraverso ciò che era stato abbandonato nella precipitazione, alcuni partecipanti furono riconosciuti. Giovanni sapeva chi fossero, o almeno conosceva alcuni dei loro nomi, ma qui interviene una delle più gustose reticenze della pagina: dichiara infatti di non volerli indicare “per onestade”.
La vicenda, tuttavia, non terminò con una repressione: Antonio, infatti, una volta ristabilita la propria autorità, perdonò tutti. Il cronista sottolinea espressamente la bontà del signore, grazie alla quale gli improvvisati guardiani furono scusati. Il gesto non va necessariamente letto soltanto come manifestazione di benevolenza personale. In una città quattrocentesca, nella quale equilibri familiari, fazioni, clientele e fedeltà politiche potevano mutare rapidamente, saper rinunciare alla punizione dopo avere dimostrato senza equivoci chi comandava poteva costituire una forma assai efficace di esercizio del potere. Antonio non ebbe bisogno, almeno stando al racconto di Giovanni, di arrestare quegli uomini né di far scorrere sangue. Gli bastò presentarsi.
Prima ordinò che la brigata si sciogliesse; quando l’ordine venne contestato, andò personalmente incontro ai cittadini; quando questi fuggirono, dimostrando nei fatti di non essere disposti a sostenere fino in fondo la sfida, li perdonò. L’autorità era salva e la lezione, probabilmente, risultava tanto più efficace perché impartita senza bisogno di un castigo esemplare.
A distanza di quasi sei secoli, è proprio il repentino mutamento di quella “prospettiva” a rendere la scena così viva. Finché Antonio era soltanto un ordine riferito da un messaggero, gli uomini potevano rispondere che sarebbero rimasti. Quando quell’autorità prese corpo, avanzando nella notte accompagnata dai familiari e rischiarata dalle luci, la sicurezza mostrata fino a quel momento si rivelò per ciò che era: una prospettiva errata.

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