Bacco a casa Saffi

Nel 1818 Giuseppe Piolanti dedicò un curioso componimento alle nozze forlivesi di Girolamo Saffi e Maria Romagnoli, futuri genitori di Aurelio


Prima che Aurelio nascesse, in casa Saffi era arrivato Bacco, un Bacco piuttosto socievole, che dalle parti di Forlì pare conoscere le vigne, apprezzare il Trebbiano e non mostrare alcuna ritrosia davanti a un bicchiere di Sangiovese. A introdurlo fu Giuseppe Piolanti, abate forlivese che nel 1818 pensò di celebrare le nozze del conte Girolamo Saffi con Maria, o Mariuccia, Romagnoli attraverso un ditirambo nel quale l'affollato repertorio della mitologia, perfettamente consono alle mode neoclassiche del tempo, viene condotto con garbata irriverenza fra il Montone, San Varano e le colline romagnole.

L'edizione romana del 1839 (la prima, l’originale, fu pubblicata a Faenza nel 1818)  conferma che il libro era stato "Scritto per le Nozze del sig. conte Girolamo Saffi e della signora Maria Romagnoli ambo di Forlì". Piolanti comincia secondo le buone maniere poetiche dell'epoca, rivolgendosi agli "Sposi leggiadri" e invocando il "Nume Delfico", cioè Apollo, dio della poesia venerato anche a Delfi, insieme con le "Vergini Camene", le Muse, affinché gli concedano l'estro e gli permettano di bere "L'umor grato d'Ippocrene". Ippocrene era la fonte sacra alle Muse sul monte Elicona che, secondo il mito, sarebbe scaturita da un colpo dello zoccolo di Pegaso: berne l'acqua equivaleva, poeticamente, a ricevere il dono dell'ispirazione.
Senonché, mentre Piolanti guarda alla Grecia, Forlì gli entra subito nei versi, poiché alla felicità degli sposi "eccheggian gioconde / Del patrio Monton le amene sponde". Quel "patrio Monton", il nostro Montone, non rimane un semplice riferimento topografico, ma comincia a contendere spazio ai luoghi consacrati dalla tradizione, quasi che la geografia neoclassica, una volta convocata per celebrare un matrimonio forlivese, dovesse necessariamente adattarsi al paesaggio che circondava gli sposi.

L'esperimento con la poesia sublime, d'altra parte, non procede nel migliore dei modi. Piolanti vorrebbe servirsi di Pegaso, il cavallo alato legato alle Muse, ma il "sì nobile destriere" gli si trasforma malauguratamente "In un lento, e vil somiere"; a quel punto il poeta, dopo essersi qualificato da sé come "il semplicione", "l'uom da poco" e "il gran balordo", decide che insistere con Apollo sarebbe poco proficuo. Saluta pertanto i luoghi deputati dell'ispirazione antica con un "Addio Pindo, addio Parnaso / Addio Cirra, addio Elicona", dove Pindo, Parnaso ed Elicona sono appunto i monti che la tradizione aveva associato alle Muse e ad Apollo, mentre Cirra apparteneva alla geografia sacra di Delfi.
Il congedo non comporta però l'abbandono del gusto neoclassico, che rimane l'intelaiatura culturale dell'intero componimento; Piolanti, piuttosto, se ne serve per un continuo gioco di sostituzioni, facendo scendere l'antico dalla sua altezza monumentale e costringendolo a prendere domicilio in Romagna. Se Apollo non risponde, ci si può rivolgere a Bacco, chiamato anche Bromio, uno degli appellativi greci di Dioniso; se il Parnaso rimane troppo lontano, se ne troverà uno più vicino, tanto che il poeta annuncia: "Il mio Pindo al presente debb'essere / Di Collina la vaga pendice".

A quel punto persino Ippocrene perde buona parte della propria utilità, perché Bacco possiede un metodo d'ispirazione assai meno acquatico. Il "Figlio candido di Sèmele", altra denominazione dello stesso dio attraverso il nome della madre, viene pregato di infiammare l'anima del poeta con il proprio spirito, e l'effetto non tarda: "Or bevendo / Ribevendo / Estro, e lena acquisterò". Il passaggio è deliziosamente costruito, poiché Piolanti parte dalla mitica acqua che rende poeti e finisce per attribuire la medesima virtù a ciò che si trova nelle cantine romagnole.

Le prime incaricate di provvedere sono le Bassaridi, cioè le seguaci di Bacco, le baccanti del suo corteo, alle quali viene impartito un ordine inequivocabile: "Andiam Bassaridi / A larga mano / Del vin mescetemi / Di San Varano". San Varano non può passare inosservato, anche perché sarebbe rimasto strettamente associato alla famiglia e alla villa nella quale Aurelio avrebbe trascorso una parte importante della propria vita.
Qui, tuttavia, San Varano non è ancora il luogo della memoria risorgimentale, ma una provenienza vinicola abbastanza riconoscibile da poter essere introdotta senza spiegazioni; e Piolanti, dopo averne riempito il calice, trova finalmente l'energia necessaria per celebrare gli sposi. Maria Romagnoli viene descritta come giovane di cultura raffinata, capace di scrivere e parlare più lingue, danzare, suonare il cembalo e cantare, sicché il poeta, dopo averla circondata di Grazie e Muse, può chiamarla "Dotta figlia di Minerva", affidandola alla protezione della dea dell'intelligenza e delle arti.
Girolamo Saffi riceve un elogio altrettanto generoso, nel quale compaiono la "scelta educazione", l'amore precoce per le scienze e le belle arti, la ragione e una disposizione benevola verso gli altri, riassunte nei versi "Al Criterio tu unisci il sapere, / Al sapere un benefico cor". 

Esauriti gli elogi, si rende necessario rinvigorire nuovamente l'ispirazione, e qui il Bacco in Romagna diventa quasi una carta dei vini d'inizio Ottocento. "Del Trebbiano / Di Majano / Mi si rechi tosto qua", ordina Piolanti, aggiungendo quello di Grisignano e dichiarando di voler "trincar come un Tedesco" una "buona quantità". Il giudizio che segue non soffre di eccessiva prudenza: "Oh come è grato! / Com'è fragrante, / Meglio è del Nettare / Per verità", e poiché il nettare era la bevanda degli dèi, il paragone permette al vino locale di sconfiggere, ancora una volta, il mondo classico mediante le stesse immagini che il neoclassicismo aveva riportato in auge.

Piolanti annuncia di volerne bere "Finché il cervello / Mi girerà", proposito al quale rimarrà piuttosto fedele, ma prima trova il tempo di organizzare una competizione nella quale il suo campanilismo enologico non concede molto agli avversari: Cipro, Malaga, Carmignano e Montepulciano, per quanto apprezzabili, non possono competere, "Secondo il mio palato", con il Trebbiano di Majano (Magliano) e quello di Grisignano. L'autore ammette con malizia che i critici potranno giudicare quel palato "Non molto delicato", ma non pare disposto, per questo, a modificare il verdetto.
Il bicchiere torna quindi verso Girolamo e la famiglia, mentre altre bottiglie reclamano il proprio ingresso nel poema. Occorre un "Caratello / D'odoroso Moscatello", al quale vengono affiancati "il buon nostro Aleatico" e il Sangiovese, quest'ultimo bevuto alla salute della madre della sposa. Piolanti indugia sulla "fiammante / Uva vermiglia", il cui succo, a suo dire, sa accendere "De' Poeti il caldo petto", e i vini risultano così piacevoli che egli non saprebbe stabilire quale debba cedere il passo agli altri.

Nemmeno il confronto con vini forestieri riesce a incrinare tanta fiducia, perché il Tokaj ungherese e quelli delle Canarie "Restan vinte a mio parer". Subito dopo vengono convocati Fidia, Prassitele e Lisippo, fra i più celebrati scultori dell'antichità greca, insieme coi pittori Timante e Polignoto, ma soltanto per dichiararli incapaci di riprodurre grappoli altrettanto belli di quelli che pendono dalle viti forlivesi. 
Manca ancora Bertinoro, che arriva quando il poeta, forse ormai bisognoso di cambiare sapore, domanda: "Voglio aspergermi le labbra / Col buon vin di Bertinoro, / Che biondeggia come l'oro, / E giocondo fa ogni cor". La bevuta si allarga alla compagnia e il brindisi riporta il ditirambo alla sua ragione originaria, "Alla Madre, ed alla Sposa, / Al Marito, e a suoi
 Germani", mentre il calice, appena riempito, viene "da ingordo" prontamente tracannato.

A questo punto gli effetti cominciano a essere considerevoli e il poeta osserva che il proprio "gorgozzo / Sembra una pevera", cioè un imbuto, mentre la pancia gli pare un tino; rinfrancato da tale provvista, non teme più Tesifone e Megera, due delle Furie infernali, né Cerbero, il cane a tre teste posto a guardia dell'oltretomba. L'ebbrezza cresce al punto che Piolanti pretende di spodestare Minosse, Eaco e Radamanto, i tre giudici dei morti secondo la tradizione mitologica, per presiedere personalmente su Stige, Erebo e Acheronte, finché il crescendo si scioglie nel più comprensibile "Evviva l'allegria, / E la melanconia / Lontana stia da me".

Nel rivedere il ditirambo ventun anni dopo, Piolanti si preoccupò tuttavia che nessuno scambiasse l'ebbrezza poetica per un trattato terapeutico, soprattutto quando i versi cominciano ad attribuire al vino virtù prodigiose contro le malattie. In una lunga nota definì infatti quelle affermazioni una "bizzarra mia vinosa alacrità", precisando che, "Ben lungi il vino d'essere una Panacea preziosa", esso poteva essere "un energico distruttore della vita", mentre la Medicina veniva difesa come "una scienza sublime, utilissima".
Anche il giudizio sul proprio lavoro era diventato più severo. Nel 1839 Piolanti ricordava di aver composto il Bacco quando era ancora "Alunno del tutto nel Santuario delle Muse", riconoscendo nel testo "non poche bassezze" e attribuendolo a "un estro vivo, ma inculto"; per la nuova stampa aveva pertanto corretto alcuni passaggi, aggiunto spiegazioni "ad intelligenza de' meno istruiti" e introdotto digressioni scientifiche, volendo, come scrisse con una formula che descrive bene il suo temperamento, "prolungare lo scherzo con qualche utilità".

Piolanti aveva del resto spiegato quasi sulla soglia del volume che la propria Musa "Canta solo per stare allegramente / E acciò che si rallegri anche chi l'ode". Nel 1818 quella Musa si fermò a casa Saffi per un matrimonio e vi condusse con sé un'intera compagnia di dèi, eroi, Muse e artisti dell'antichità, ai quali il poeta riservò un'accoglienza impeccabilmente neoclassica, purché nessuno pretendesse di bere soltanto l'acqua d'Ippocrene; perché sulle rive del "patrio Monton", fra San Varano e le colline vicine, la cantina offriva alternative che Giuseppe Piolanti, con crescente entusiasmo e sempre minore sobrietà, mostrò di conoscere assai bene.

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