Il Consiglio del luglio 1498: Caterina Sforza e il completamento delle mura di Forlì
Nel luglio del 1498 Caterina Sforza convocò il Consiglio cittadino affinché Forlì fosse, secondo le parole di Andrea Bernardi detto Novacula, “fornita de murare”. L'espressione, tanto asciutta quanto eloquente, restituisce il carattere di un'iniziativa che non aveva nulla di celebrativo, poiché rispondeva a una necessità concreta: completare la cinta difensiva nel tratto compreso fra Porta Schiavonia e Porta Cotogni, dove le difese cittadine consistevano ancora, con ogni probabilità, in una robusta palizzata accompagnata dal fossato.
Il cronista forlivese, che di quegli avvenimenti fu osservatore attento e spesso testimone diretto, dedica alla vicenda pagine di sicuro interesse, non tanto perché descrivono un episodio militare, quanto perché permettono di seguire quasi giorno per giorno la nascita di un'opera pubblica, mostrando il funzionamento dell'amministrazione cittadina, i rapporti fra la Signora e la Comunità, le difficoltà economiche e le soluzioni individuate affinché il progetto potesse essere condotto a termine.
Colpisce, anzitutto, il modo con cui Caterina affronta la questione. Ella non si limita infatti a esporre al Consiglio la necessità di rafforzare la città, ma accompagna immediatamente la richiesta con un impegno personale, dichiarandosi pronta a mettere a disposizione quanto necessario per avviare il cantiere. Bernardi annota che offrì materiali ricavati da edifici di sua proprietà ormai in rovina, oltre a “calzina e dinare a suficientia da potere fornire hogne cosa”, assumendosi dunque l'onere di garantire calce, pietrame e risorse economiche sufficienti perché l'opera non incontrasse ritardi.
Sono particolari che raramente trovano spazio nei grandi racconti della storia politica, e che invece consentono di cogliere con immediatezza il volto quotidiano del governo cittadino. Alla fine del Quattrocento una cinta muraria rappresentava certamente uno strumento di difesa, ma prima ancora costituiva un'impresa edilizia di enorme complessità, che richiedeva maestranze specializzate, continui approvvigionamenti di materiali, trasporti, contabilità, disponibilità finanziarie e una struttura amministrativa capace di coordinare ogni fase dei lavori.
Il Consiglio comprende la portata dell'iniziativa e aderisce senza esitazioni. Il Novacula annota che “di subito per dite conseglio se otenne de fare hogni cosa”, frase nella quale il cronista concentra l'idea di una decisione rapidamente condivisa, alla quale segue un'altrettanto rapida organizzazione del cantiere.
Vengono nominati gli ufficiali della fabbrica, fra i quali compaiono Provolo dei Provoli, Bartolo di Cristoforo Castellini e Girolamo Bisighini. Non sono figure destinate a occupare le pagine della grande storia, e proprio per questo risultano preziose, perché restituiscono il volto concreto dell'amministrazione cittadina. Attraverso quei nomi il racconto si popola di uomini chiamati a trasformare una deliberazione politica in un'opera materiale, destinata a modificare il profilo della città.
L'efficienza dei lavori sorprende ancora oggi. Bernardi osserva che essi procedettero “gaiardamente” e aggiunge che già entro il mese di agosto il nuovo tratto risultava pressoché completato fino alla guardiola del Pelacano. Nel volgere di poche settimane il progetto aveva dunque assunto una forma tangibile, offrendo una misura della capacità organizzativa raggiunta dall'amministrazione sforzesca in un momento nel quale le esigenze militari imponevano rapidità d'intervento.
Naturalmente un'opera di tali dimensioni comportava costi considerevoli. Il Novacula registra con precisione anche questo aspetto, ricordando come la spesa superasse le millesettecento lire, cifra che indusse la Comunità, l'anno successivo, a tornare sull'argomento. I rappresentanti cittadini esponevano infatti le difficoltà di restituire in tempi brevi il denaro anticipato, richiamando le pesanti conseguenze lasciate da anni di guerre e di instabilità.
Anche questo passaggio merita attenzione, perché rivela un aspetto meno noto del governo di Caterina Sforza. La Signora non insiste affinché il credito venga immediatamente soddisfatto, ma accetta una diversa soluzione, consentendo che determinati proventi daziari vengano destinati progressivamente alla compensazione del debito. La questione si conclude così con un accordo che salvaguarda sia la prosecuzione dell'opera sia l'equilibrio delle finanze cittadine, lasciando emergere una prassi amministrativa fondata non soltanto sull'autorità, ma anche sulla ricerca di soluzioni concretamente sostenibili.
Per oltre quattro secoli quelle mura avrebbero definito il limite della città, accompagnandone l'espansione, proteggendone gli accessi e determinandone la stessa percezione urbana. Soltanto fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando prevalse una diversa concezione dell'assetto cittadino, la loro sorte cambiò radicalmente. La progressiva demolizione della cinta, ritenuta incompatibile con le esigenze della viabilità moderna, lasciò spazio alla circonvallazione, il cui stesso nome conserva memoria dell'antico vallum, il fossato che correva all'esterno delle fortificazioni.
Tale scelta, propria delle velleità del positivismo e condivisa allora da molte città italiane, modificò in maniera irreversibile il volto di Forlì. I bastioni, le cortine e gran parte delle porte scomparvero, mentre il fossato fu trasformato nel largo anello viario che ancora oggi circonda il centro storico. È singolare osservare come quello spazio, ottenuto al prezzo della demolizione delle mura, abbia nel tempo subito ulteriori trasformazioni: la larghezza originaria della circonvallazione, concepita come nuovo asse urbano, è stata progressivamente ridotta dalla recente introduzione di nuove sistemazioni della sede stradale e delle piste ciclabili, cosicché l'assetto odierno restituisce solo in parte l'idea di quel progetto novecentesco che aveva motivato la distruzione delle fortificazioni.
Di quell'imponente sistema difensivo sopravvivono ormai pochi lacerti, distribuiti quasi con discrezione lungo il perimetro cittadino. I meno conosciuti si trovano all'inizio di viale Corridoni, nell'area dove sorgeva lo Sferisterio (anch'esso scomparso dopo essere rimasto inutilizzato), oppure fra via Forlanini e via Pelacano, accanto all'antico mulino. Il tratto più significativo resta tuttavia quello di via del Portonaccio, dove una teoria di archetti murari, restaurata dal Comune qualche tempo fa, regala ancora la misura della cortina fatta completare da Caterina Sforza. Ci si trova a breve distanza da Porta Schiavonia, l'unica delle antiche barriere daziarie sopravvissuta alle demolizioni che interessarono le altre porte cittadine.
Oggi, questi pochi resti si trascinano stanchi e senza cura: i mattoni quattrocenteschi sono spaccati da radici di ciuffi diventati ormai alberi, la luce che un tempo sottolineava la grazia degli archi è spenta, e nulla par muoversi per un sufficiente recupero, anche solo per decoro se non per debito derivato da storia ignorata.
Così, a causa delle scelte degli amministratori del 1904, dell’ingente investimento murario completato sotto Caterina Sforza rimane ormai soltanto una parte minima, minimizzata dal disinteresse attuale nei confronti di questa testimonianza antica.

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