Peste di luglio

Dalle cronache del Novacula emerge il dramma di una famiglia forlivese colpita dal contagio nell'estate del 1498 e assistita dai Battuti Bigi

Merita particolare attenzione il resoconto che Andrea Bernardi, detto Novacula, dedica agli eventi del 20 luglio 1498, nel pieno dell’epidemia che stava colpendo Forlì. Il cronista annota: “Item a dì 20 dal mese di luglio... fo caciate ala ghiesia de sam Zane uno nostre Biasio Montanare calciolare per esere morte una suoa puta de morbo”.

Il protagonista della vicenda è dunque Biasio Montanaro, calzolaio forlivese, che viene trasferito insieme con la propria famiglia in un luogo di isolamento dopo che una figlia era morta di peste. La “ghiesia de sam Zane” citata dal Novacula dovrebbe corrispondere alla fu chiesa di San Giovanni Battista dei Maceri, piccolo edificio religioso che sorgeva nell’area dell’odierna Via Maceri. Qui, da cinquant’anni operava la Confraternita di Santa Marta detta dei Maceri, istituita da un gruppo di giovani con finalità caritative e devozionali. La confraternita era strettamente collegata ai Battuti Bigi, tanto che la denominazione ufficiale era quella di Confraternita di Santa Marta di San Giovanni Battista dei Battuti Bigi detta dei Maceri.

Quest’informazione illumina un dettaglio fondamentale della cronaca. Quando la moglie di Biasio si ammala, Novacula scrive infatti: “et amalata che la fui li Batù Bise tose per sova humanità la cura d'aiutare dita sova dona”. I Batù Bise, cioè i Battuti Bigi, erano dunque proprio gli uomini che operavano attorno alla chiesa dei Maceri e durante le epidemie si trovavano in prima linea nell’assistenza ai malati.

Le parole del cronista tradiscono una sincera ammirazione. Egli osserva infatti che quei confratelli si comportavano: “come se la fusse state deli bone cetadine dela terra”. È una delle testimonianze più belle che possediamo sulla solidarietà cittadina durante le pestilenze. In un tempo in cui il contagio terrorizzava tutti e in cui persino i parenti talvolta abbandonavano gli infermi, vi erano uomini che sceglievano di restare accanto ai malati, accettando rischi enormi. La situazione della donna di Biasio, tuttavia, peggiora rapidamente. Viene chiamato un barbiere-chirurgo, maestro Zohane Mazole, figura che ci introduce nel mondo della medicina tardomedievale. Bernardi racconta: “che i andase a tagliare una stidella, in modo, come la fu taiata, non insì se nè sangue”.

L’espressione “stidella” indica probabilmente un bubbone o una tumefazione provocata dall’infezione. L’incisione rappresentava uno dei rimedi più diffusi del tempo, basato sulla teoria degli umori e sulla necessità di liberare il corpo dalle sostanze ritenute nocive. Ma il mancato sanguinamento viene registrato dal cronista quasi come un presagio. La donna è ormai condannata. Infatti, pochi giorni più tardi Novacula annota con la consueta essenzialità: “In brevità morì, che fu a dì 29 dite, die dominica”. Dietro queste poche parole si nasconde il dramma di una famiglia già colpita dalla perdita di una figlia e ora privata anche della madre.

Un ulteriore particolare mostra come la gestione dell’epidemia comportasse anche un importante sforzo economico. Bernardi precisa infatti: “per sova mercede ie devano 6 duquate al mese e le spese per lui e per la sova famela”. Sei ducati mensili costituivano una somma rilevante e testimoniano l’esistenza di un sistema organizzato di assistenza e sostentamento per gli isolati e le loro famiglie.

La cronaca prosegue poi con altri casi che dimostrano quanto il contagio fosse diffuso. Il 22 luglio viene condotto ai Maceri Andrea di Olivero, la cui moglie era stata colpita dal morbo. La donna morirà quello stesso giorno: “E qui a dì dite cerca hore 21 morì”. È il ritmo implacabile della peste che emerge dalle pagine del Novacula: famiglie colpite una dopo l’altra, ricoveri improvvisi, assistenza caritatevole, tentativi terapeutici disperati e morti che si susseguono a distanza di poche ore.

A oltre cinque secoli di distanza, il racconto del 20 luglio 1498 conserva una straordinaria forza evocativa. Grazie ai dettagli registrati da Andrea Bernardi possiamo vedere una Forlì che lotta contro il morbo, che organizza luoghi di isolamento, che mobilita confraternite e che cerca, con i mezzi limitati dell'epoca, di difendere la vita dei propri cittadini. Dietro il nome di Biasio Montanaro non troviamo soltanto un calzolaio del Quattrocento. Troviamo un padre che ha appena perduto una figlia, un marito che assiste impotente all’agonia della moglie e una comunità che, pur minacciata dalla peste, non rinuncia a esercitare quella “humanità” che il cronista, con evidente rispetto, volle consegnare alla memoria dei posteri.


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