L'estate dei vermi d'oro

 Cronaca dai cimiteri: un fenomeno macabro e misterioso impressionò la Forlì del 1427


Ci sono pagine delle antiche cronache forlivesi che sembrano uscite da un racconto gotico, da una novella estiva da leggere nelle sere afose quando il caldo rende più sottile il confine tra realtà e immaginazione. Una di queste è certamente la testimonianza lasciata da Giovanni di Mastro Pedrino, il grande cronista forlivese del Quattrocento, autore della celebre Cronica del suo tempo, fonte preziosa per la storia cittadina.

Nell'anno 1427, precisamente  alla fine del mese di giugno, Forlì fu scossa da un fenomeno che destò stupore, inquietudine e persino paura. Il cronista racconta che nei cimiteri delle chiese cittadine apparve una quantità impressionante di strani vermi, tanto numerosi da attirare l'attenzione di tutta la popolazione.
Le parole originali conservano ancora oggi una forza evocativa straordinaria: “vene grandissima multitudini de verme fatti quaxi como sitoni” e ancora “pareano che fosse d'oro e d’ariento tanto lustravano”. 

Non erano vermi comuni. Secondo la descrizione di Giovanni di Mastro Pedrino avevano la testa simile a grossi bruchi (il termine “sitone” potrebbe indicare una larva o una biscia nota come saettone), una forma che ricordava quasi una cavalletta e soprattutto una lucentezza tale da sembrare fatti d'oro e d'argento. Alcuni osservatori notarono persino una sorta di collare attorno al collo, “como fosse uno capuço de fradi”, come il cappuccio di un frate.
La suggestione doveva essere enorme.
Immaginiamo la scena. È giugno. I cimiteri sorgono ancora attorno alle chiese, nel cuore della città antica. Tra le tombe e l’erba alta compaiono migliaia di creature sconosciute che brillano alla luce del sole. Gli uomini e le donne del Quattrocento vivono in un mondo nel quale ogni fenomeno insolito può essere interpretato come un segno del cielo, un presagio o un avvertimento divino.

Il cronista racconta che questi animali erano così numerosi da divorare l'ortica e ogni altra erba presente nei cimiteri, lasciando soltanto gli steli spogli. Per otto o dieci giorni continuarono a diffondersi, avanzando sul terreno “como verme senpre, distixe”, ovvero in lunghe file ordinate che aumentarono ulteriormente il senso di inquietudine.
La reazione delle autorità fu pratica e immediata. In alcuni luoghi vennero scavate fosse fuori dai cimiteri e gli animali furono raccolti e bruciati. Dopo poco tempo, scrive il cronista, il fenomeno cessò e i misteriosi vermi scomparvero.

A quasi seicento anni di distanza possiamo tentare spiegazioni naturalistiche. Forse si trattò di una straordinaria proliferazione di larve o di bruchi migratori, favorita dalle condizioni climatiche di quell'anno. Tuttavia, ciò che rende affascinante il racconto non è tanto l'identificazione zoologica quanto la percezione che ne ebbero i contemporanei.
Nella cronaca di Giovanni di Mastro Pedrino si avverte il sentimento collettivo di una comunità sorpresa da qualcosa di inatteso, quasi soprannaturale. È una pagina che ci restituisce la mentalità del Medioevo romagnolo meglio di molti documenti ufficiali: la meraviglia, il timore, la curiosità e la necessità di dare un significato agli eventi insoliti.

Oggi quel racconto conserva intatto il suo fascino. Letto sotto l’ombrellone o durante una sera d’estate, sembra davvero l'inizio di una storia dell’orrore ambientata nella Forlì medievale: una città attraversata da misteriosi esseri scintillanti che emergono dai cimiteri e seminano sgomento tra gli abitanti.
E forse è proprio questo il bello delle antiche cronache: dietro ogni riga non troviamo soltanto la storia, ma anche le paure, le speranze e l’immaginazione di chi ci ha preceduto. Giovanni di Mastro Pedrino, pittore e cronista forlivese del Quattrocento, ce ne ha lasciato una delle testimonianze più suggestive.

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