Una notte d’estate di violenza nella Forlì del 1424: gli impiccati di via del Bordello
Fra le molte pagine che rendono preziosa la Cronica del suo tempo di Giovanni di Mastro Pedrino, poche possiedono la forza narrativa e la capacità evocativa dell’episodio registrato sotto l'anno 1424 e ambientato nella zona della città conosciuta come via del Bordello. Il toponimo dovrebbe corrispondere a un’area attualmente compresa tra il Duomo e il Municipio, per esempio via degli Orgogliosi. Giovanni di Mastro Pedrino, pittore e cronista forlivese nato attorno al 1390, è oggi considerato uno dei più importanti testimoni della storia cittadina del XV secolo. La sua Cronica, redatta tra esperienza personale e raccolta di memorie dirette, costituisce una fonte insostituibile per la conoscenza della Forlì tardomedievale.
Il racconto prende avvio in una notte estiva del 1424. Giovanni circoscrive l’azione: “Corando gl’anni de sovra, e uno dì de più del mexe ditto de sovra…”, che in tal caso significa ai primi di luglio.
Il tutto si svolge presso l’osteria del Cavaletto, una locanda frequentata da uomini d’arme e viaggiatori. Qui alloggiava un cavaliere del podestà che, come racconta il cronista, era uscito nella notte “per vedere che zente fosse alozada”. Erano tempi inquieti. Le campagne romagnole erano percorse da soldati, mercenari e bande armate; le città vivevano in uno stato di mobilitazione quasi permanente e gli scontri erano all'ordine del giorno.
Nello stesso momento si trovava nell’osteria un certo Martino, descritto come “sciavo cavo de XXV fanti del duca nostro signor”. Era dunque un comandante di venticinque fanti al servizio delle milizie ducali milanesi. Con lui vi erano alcuni compagni appena rientrati da Portico, dove erano stati assaliti e feriti. Giovanni annota infatti che essi erano stati “asaltàdi da nemixe in forma che fonno feride alcuno e maltratadi”.
La situazione era già tesa. Uomini armati, feriti, probabilmente alterati dal vino e dalla rabbia, si trovavano riuniti nello stesso luogo. Bastò poco perché la tensione degenerasse.
Il cavaliere del podestà, secondo il cronista, volle entrare nella camera occupata dai soldati. L'iniziativa non fu gradita. Giovanni racconta che l'ufficiale si rivolse a loro con “male parole” e che uno dei presenti reagì riferendo il fatto a messer Aloisio, comandante delle forze ducali. Da una semplice disputa verbale si passò rapidamente a una questione di disciplina militare e di prestigio personale.
La denuncia ebbe effetto immediato. Messer Aloisio inviò infatti: “Zohane Doriçço da Forlì hoficiale a la guarda”.
L’ufficiale accorse sul posto per verificare quanto accaduto. Tuttavia la vicenda non si concluse con una semplice identificazione dei responsabili. Al contrario, il comandante decise di intervenire direttamente accompagnato da alcuni uomini armati.
È a questo punto che la cronaca assume il ritmo di un racconto quasi cinematografico.
Giovanni descrive i soldati coinvolti come uomini arroganti e sicuri della propria forza: “andono voglando sempre andare con molta superbia”.
Quando fu loro intimato di arrendersi, opposero resistenza. Il cronista sottolinea che si trattava di fanti esperti e combattivi, tanto che gli uomini di Aloisio ebbero grandi difficoltà a sopraffarli: “no portando a lue punto onore tanto che lue n’abe quatro con grande fadigha”.
L’arresto non fu dunque una formalità. Vi fu una vera colluttazione e soltanto dopo uno scontro violento i quattro ribelli vennero catturati.
Fra essi vi era lo stesso Martino, che Giovanni definisce “suo contestabele”, cioè comandante o responsabile della compagnia.
La reazione delle autorità fu rapidissima.
Nella Forlì del Quattrocento la giustizia militare non conosceva lunghe istruttorie né garanzie processuali nel senso moderno del termine. In presenza di un atto considerato grave, soprattutto se compiuto da uomini armati contro rappresentanti dell’autorità, la punizione doveva essere immediata ed esemplare. Così avvenne anche in questa circostanza.
Il cronista annota con impressionante freddezza: “In quella hora fono apichadi tutti quatro” e l’esecuzione avvenne nella stessa notte. Due dei condannati furono impiccati nei pressi dell’osteria: “due a una naspa d’una caxa dredo a la ditta hostaria”. Gli altri due vennero appesi poco distante:
“a una naspa de la caneva d'Antonio Bonasegna sul cantone dal bordello”.
La localizzazione è particolarmente interessante perché permette di individuare uno dei luoghi più popolari della città medievale. La via del Bordello era una zona animata e frequentata, dove si concentravano attività commerciali, osterie e probabilmente case di prostituzione dalle quali derivava il toponimo.
Mentre i quattro venivano giustiziati, alcuni complici riuscirono invece a sottrarsi alla cattura. Giovanni racconta che “alcuno altro fogì de caxa in caxa per la via dal bordello”.
Ma all’alba, la città si trovò davanti a uno spettacolo impressionante; quattro corpi oscillavano dalle corde nel cuore di un quartiere densamente abitato. L’intenzione delle autorità era trasformare la punizione in un ammonimento pubblico.
Il giorno seguente, all’ora nona, intervennero i Battuti Neri, richiesti dai cittadini per ovviare allo scempio dei cadaveri esposti. I “Batudi Nigri” erano la confraternita forlivese incaricata della sepoltura dei morti, specialmente dei condannati e di coloro che non avevano familiari in grado di occuparsene. I confratelli ottennero il permesso di rimuovere i cadaveri e di provvedere alla loro sepoltura. Nel frattempo, la gente mormorava disapprovando una così feroce esibizione di giustizia: “parve a tutti i çitadini che videnno la matina che la fosse cosa molto disonesta”.
Non era la condanna a scandalizzare i forlivesi, l’esecuzione capitale faceva parte della normalità giuridica dell'epoca. Ciò che appariva sconveniente era piuttosto l'esibizione dei corpi nel cuore della città, quasi un’eccessiva teatralizzazione della pena.
Persino gli uomini d'arme presenti nel campo militare di Forlì, aggiunge il cronista, giudicarono negativamente quella scena.
In questa breve annotazione emerge tutta l’umanità della cronaca di Giovanni di Mastro Pedrino. Egli non commenta direttamente l'operato delle autorità, ma registra la reazione collettiva dei cittadini. È una voce preziosa perché mostra come, anche in una società abituata alla violenza, esistesse un limite oltre il quale la punizione rischiava di trasformarsi in crudeltà.

Commenti
Posta un commento