Luglio 1412: Giorgio Ordelaffi sposa Lucrezia Alidosi e a Forlì si vide un fiorire di scongiuri
Il 3 luglio 1412 Forlì era una città in festa. Si celebrava, infatti, il matrimonio tra Giorgio Ordelaffi, Signore della città, e Lucrezia Alidosi, appartenente alla potente famiglia guelfa che teneva le redini di Imola. Un legame forte, quello tra gli Alidosi e Giorgio Ordelaffi; furono infatti costoro a promuovere la sua ascesa a Forlì. Tuttavia il popolo mormorava, la cerimonia filò liscia “benché alcuni ne presagissero da quello accasamento un esito cattivo” scrive Bonoli.
Giorgio Ordelaffi appartiene a quella schiera di signori che la storia tende a dimenticare proprio perché non furono protagonisti di imprese spettacolari. Figlio naturale di Tebaldo I Ordelaffi e di Mentuccia, una donna del popolo, non ereditò una situazione facile. Dopo la morte di Cecco II Ordelaffi e il temporaneo ritorno dell'autorità pontificia, riuscì soltanto nel 1411 a ristabilire con continuità il dominio della sua casata su Forlì. A differenza di altri membri della famiglia, Giorgio non viene ricordato per battaglie memorabili, congiure o gesti clamorosi. La sua signoria appare quasi sorprendentemente silenziosa. È una stagione di consolidamento più che di conquista, nella quale il principe sembra preoccuparsi soprattutto di amministrare e dare continuità al proprio Stato. Eppure anche il suo governo principiò con un fatto misterioso e sinistro: quando, nell’autunno del 1410, tentava senza frutto di prendere possesso di Forlì dalle parti di Campostrino. In tale occasione morirono soffocati venticinque dei suoi e due vennero impiccati, per queste morti venne rispolverata una vecchia diceria secondo sarebbe stato possibile occupare a forza la città dopo aver trovato un’immaginetta misteriosa nascosta sotto terra da Guido Bonatti. Forse più avanti la trovò perché otto mesi dopo Forlì era ai suoi piedi. Entrerà in Forlì con il cugino Antonio Ordelaffi, figlio illegittimo del Signore Cecco, con cui, almeno inizialmente, vagheggiava di dividere lo scettro.
Giorgio fu il primo Ordelaffi a trasferire stabilmente la residenza nel nuovo Palazzo della Signoria, l'attuale Municipio, spostando definitivamente il cuore politico della città dall'antica dimora corrispondente all'odierno Palazzo Albicini. Restaurò inoltre il castello di Casa Murata, destinato a dare il nome all'odierna Casemurate, e nel 1419 accolse papa Martino V, ottenendo un prestigio politico che contribuì a consolidare la sua posizione di vicario pontificio.
Non era, insomma, un condottiero alla maniera dei Malatesta o dei Montefeltro, ma un principe amministratore. Forse proprio per questo le cronache lo giudicano quasi sciapo: un governo tranquillo lascia inevitabilmente meno materiale agli annalisti rispetto agli anni delle guerre.
Anche il matrimonio celebrato nel luglio del 1412 rientrava in questa politica di consolidamento.
Lucrezia Alidosi apparteneva infatti a una delle più potenti famiglie della Romagna. Gli Alidosi dominavano Imola e rappresentavano una casata di tradizione guelfa, mentre gli Ordelaffi erano storicamente legati alla parte ghibellina. Le nozze avevano dunque un evidente significato diplomatico: unire due signorie vicine, stabilizzare rapporti spesso difficili e garantire una successione dinastica.
Il corteo della sposa, come di consueto, doveva esser preceduto dagli araldi e seguito da cavalieri, paggi, dame, notai, cappellani e uomini d'arme. I cavalli sfoggiavano gualdrappe ricamate con le insegne delle due famiglie; le finestre lungo le vie principali erano ornate di tappeti e drappi; dalle cucine del palazzo uscivano fumi d’arrosto. Le campane delle numerose chiese cittadine accompagnavano la cerimonia, mentre la popolazione osservava curiosa la giovane signora giunta da Imola.
Dietro quell'apparente serenità, tuttavia, si muovevano già le logiche spietate della politica. Lo stesso Cobelli annota infatti un episodio che segue immediatamente le nozze. Antonio Ordelaffi, il cugino fu imprigionato in Ravaldino facendo seguito ai soliti sospetti. In seguito, donna Lucrezia “subbito fece mandare Antonio Hordelaffe a suo padre che lo tenesse in bona guardia; e esso alhora lo fece mectere in lo castello d’Imola in un fondo de torre”. E vi rimase per undici lunghi anni.
Il cronista attribuisce l’iniziativa alla nuova sposa, ma è difficile stabilire quanto questo corrisponda alla realtà. Più probabilmente si trattò di una decisione condivisa dal Signore di Forlì, si dice istigato dal consigliere Cervatto di Sassoni (più tardi, anche per questo consiglio, fatto uccidere dal tormentato Giorgio stesso). Neutralizzare i possibili pretendenti, comunque, costituiva una prassi comune nelle signorie italiane del Quattrocento, dove il problema della successione era spesso questione di sopravvivenza politica.
È però il passo successivo a colpire maggiormente.
Il cronista Leone Cobelli, a suo tempo, aveva sentenziato che i forlivesi “stava di mala voglia per la nova sposa” e ciò perché “havevano trovato una antica profecia, che diceva che una Lucrecia sarebbe occasione de la roina del populo de Forlivio”. Poche righe, eppure sufficienti per trasformare una principessa romagnola nella protagonista di una delle più singolari superstizioni della storia cittadina.
Verosimilmente ci troviamo davanti a una tipica costruzione della mentalità medievale, nella quale gli avvenimenti politici venivano interpretati attraverso presagi, profezie e segni provvidenziali. Spesso tali predizioni venivano “riscoperte” soltanto dopo i fatti, quasi che la storia dovesse necessariamente apparire già scritta. Cobelli, in realtà, non afferma che la profezia fosse autentica. Registra piuttosto una voce che circolava fra la popolazione.
La cronaca non ci parla tanto di Lucrezia quanto dei forlivesi. Rivela una diffidenza verso una principessa forestiera, appartenente a una famiglia tradizionalmente avversaria degli Ordelaffi, destinata a esercitare una notevole influenza sulla corte cittadina. La “profezia” diventa così uno strumento attraverso il quale la comunità esprime paure, sospetti e incertezze.
Per alcuni anni, tuttavia, nulla sembrò confermare quei timori.
Nel 1413 nacque Tebaldo, l'erede tanto atteso, e la signoria proseguì senza particolari scosse. Giorgio continuò a governare con quella prudenza che gli storici gli riconoscono e che forse spiega il relativo silenzio delle fonti.
La svolta arrivò nel gennaio del 1423: Giorgio morì lasciando il figlio Tebaldo II, nato appena dieci anni prima, ancora in tenera età. Formalmente il bambino gli succedette nella signoria, ma il potere passò inevitabilmente nelle mani della madre Lucrezia.
Fu allora che il fragile equilibrio costruito negli anni precedenti si spezzò.
Lo stesso testamento di Giorgio aveva affidato la tutela del figlio al duca di Milano, Filippo Maria Visconti. Quella clausola, probabilmente pensata per garantire protezione alla dinastia, offrì invece al Signore milanese il migliore dei pretesti per intervenire militarmente in Romagna lasciando campo libero a guerre, rivolte, alleanze mutevoli.
Lucrezia non fu affatto la figura passiva che la tradizione popolare sembrerebbe suggerire. Assunse la reggenza dello Stato, cercò l'appoggio di Firenze e dei Malatesta e tentò con determinazione di difendere i diritti del figlio. Durante una sommossa cittadina venne persino imprigionata, riuscendo però a fuggire nottetempo per raggiungere Forlimpopoli, rimastale fedele, protetta da un travestimento.
La superiorità militare dei Visconti, tuttavia, risultò decisiva: caddero Imola e Forlimpopoli; Tebaldo trovò rifugio presso i Malatesta a Rimini, dove il 23 luglio 1425 morì di peste a soli undici anni. Con lui si estingueva la linea diretta di Giorgio Ordelaffi.
Nel 1433 gli Ordelaffi conquisteranno di nuovo lo scettro di Forlì, e questa volta sarà impugnato da Antonio.

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