La neve del 12 giugno

Primavera 1563, Forlì: a un terremoto segue una nevicata tardiva. Brividi da piccola era glaciale tra le righe di Sigismondo Marchesi


“Li 14 di Maggio su le 15 hore tremò la terra con terrore de' popoli, et al principio di Giugno rispetto alla stagione fu freddo grandissimo, per il quale li 12 detto nevò, ma poco si trattenne nel terreno”.
Poche righe, appena sufficienti per fissare nella memoria un fatto che dovette apparire straordinario ai contemporanei. Sigismondo Marchesi, nelle sue pagine inesauribili di storie di Forlì, registra così due eventi che si susseguirono a distanza di meno di un mese nel 1563: un terremoto avvertito distintamente dalla popolazione e una nevicata caduta il 12 giugno, quando ormai la primavera era lì lì per trasformarsi in estate.
La brevità dell'annotazione non deve trarre in inganno. Paolo Bonoli, suo coetaneo, è ben più frettoloso, perché l’unico evento che cita nelle sue “Istorie di Forlì” ascritto al 1563 è la nomina di “Antonio Gianotto da Montagnana Padoano” quale successore del “Vescovo Aliotti”.  Costui “ristorò, e nobilitò molto il Palazzo Episcopale”. Nè lui, nè Marchesi furono testimoni diretti dell’evento (quest’ultimo nascerà nel 1625) e se il secondo non indugiò nel racconto il primo proprio non ne trattava. In effetti, pare che fosse una nevicata effimera, benché una lieve imbiancata sia stata ben notata e annotata. Sullo stupore, sulla meraviglia degli antenati occorre rivolgersi all’immaginazione.

L'anno, per molti aspetti, sembrava procedere sotto auspici favorevoli. La città viveva una fase relativamente tranquilla, ben lontana dalle sanguinose lotte di fazione che avevano caratterizzato i decenni precedenti. Lo stesso Marchesi ricorda il diffuso apprezzamento per il governo della provincia e la preoccupazione del Consiglio cittadino di perdere un'amministrazione ritenuta particolarmente efficace proprio mentre il Concilio di Trento si avviava alla conclusione. Nelle stesse pagine trovano posto le notizie delle imprese dei Cavalieri di Santo Stefano nel Mediterraneo orientale e la partecipazione di valentuomini forlivesi a tali spedizioni. In un contesto di relativa prosperità e stabilità, il terremoto del 14 maggio e il successivo ritorno del freddo dovettero apparire come fenomeni tanto inconsueti da meritare una menzione particolare.

Se la nevicata del 1563 rappresenta uno degli episodi climatici più singolari tramandati dalle cronache forlivesi, non si tratta tuttavia dell'unica occasione in cui la città si trovò a confrontarsi con manifestazioni naturali fuori dall'ordinario. Filippo Guarini, nelle sue memorie cronologiche pubblicate nel 1880 con il titolo “I terremoti a Forlì in varie epoche”, raccolse una lunga serie di testimonianze tratte da documenti e cronisti locali, restituendo un quadro assai interessante della sismicità storica del territorio nel secolo Sedici. Tra gli episodi ricordati figura il lungo sciame sismico che interessò Forlì fra il 2 e il 20 gennaio 1505. Per quasi tre settimane la popolazione visse nell'incertezza provocata dal ripetersi delle scosse, e le cronache riferiscono che, cessati i terremoti, iniziarono abbondanti nevicate che interessarono il territorio per diversi giorni.
Lo stesso Guarini, oltre a quella del 1563, ricorda altre scosse avvertite nel 1571 e nel 1582. La prima cade negli anni della grande crisi sismica ferrarese iniziata nel novembre del 1570, una delle più importanti dell'Italia settentrionale in età moderna, i cui effetti furono percepiti in una vasta area della pianura padana. Anche Forlì ne risentì, confermando come il territorio romagnolo non fosse affatto estraneo ai terremoti.

Le cronache europee del Cinquecento riportano numerosi esempi di raccolti compromessi dalle gelate tardive, fiumi ghiacciati e nevicate fuori stagione in un periodo che taluni dicono “Piccola glaciazione”. In questo quadro la testimonianza del Marchesi appare perfettamente coerente con il contesto climatico generale, pur conservando il carattere eccezionale che essa dovette avere per la popolazione locale.
In Romagna, infatti, la neve in pianura non è mai stata un fenomeno sconosciuto, neppure in tarda primavera. La memoria meteorologica più recente conserva alcuni episodi degni di nota di imbiancate fino alla prima settimana di maggio, pure in pianura: era il 1963, quattro secoli dopo la clamorosa nevicata del 12 giugno. 
Per la Romagna pianeggiante e costiera non risultano, almeno allo stato attuale delle ricerche, fenomeni simili documentati nel mese di giugno in epoca moderna. Esistono esempi storici eccezionali come il “piede di neve” (circa trenta centimetri) del 1° giugno 1491, nevicata segnalata a Bologna e pochi giorni più tardi a Ferrara durante un anno climaticamente straordinario. Per il territorio forlivese e romagnolo, però, una precipitazione nevosa in pianura a metà giugno appare un episodio senza confronti noti.

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