I benefattori dimenticati di Forlì

Da Francesco degli Augustini a Lucrezia Vinci: le storie di uomini e donne che tra Sei e Ottocento trasformarono le proprie ricchezze in ospedali, assistenza e opere di carità per la città


La storia di una città è fatta di battaglie e grandi protagonisti. Ma esiste anche una storia meno appariscente, spesso relegata ai margini delle cronache o a nomi di strade: quella delle persone che, senza impugnare spade, contribuirono concretamente al benessere della propria comunità.

È la storia dei benefattori. Uomini e donne che decisero di destinare patrimoni, terreni, rendite e beni alla cura dei poveri, degli infermi e degli emarginati. Personaggi oggi quasi dimenticati, ma che per secoli hanno rappresentato una delle principali risorse sociali della città. A riportarli alla luce fu Sesto Matteucci che, nel 1843, pubblicò le sue Memorie storiche intorno ai Forlivesi benemeriti dell'umanità e degli studi. L'autore partiva da una considerazione semplice quanto attuale: gli storici raccontano volentieri guerre e imprese politiche, ma trascurano coloro che hanno migliorato concretamente la vita delle persone.

Nella Forlì tra Medioevo ed età moderna, infatti, non esisteva un sistema pubblico di assistenza come lo intendiamo oggi. Ospedali, ricoveri, orfanotrofi e opere pie sopravvivevano grazie alle confraternite religiose, alle elemosine e soprattutto alle eredità lasciate da cittadini facoltosi. In molti casi il futuro di queste istituzioni dipendeva dalla generosità di singole persone. Quando Matteucci scrive, l'ospedale maggiore della città è ormai una realtà consolidata. Le sue origini, tuttavia, affondano nel Medioevo.

Già nel XIII secolo esisteva la cosiddetta Casa di Dio, il principale ospedale cittadino. Nel 1438, quando Forlì era ormai entrata stabilmente nell'orbita dello Stato Pontificio, papa Eugenio IV ne affidò il patronato alla Comunità forlivese. Nei secoli successivi attorno all'ospedale si sviluppò una vasta rete di assistenza sostenuta da confraternite, ordini religiosi e cittadini benestanti. Nel Cinquecento le antiche compagnie dei Battuti, che per secoli avevano soccorso pellegrini, malati e poveri, confluirono progressivamente nel sistema assistenziale cittadino. Nel 1541 i loro beni vennero unificati per rafforzare l'ospedale maggiore. Nonostante ciò, all'inizio del Settecento le risorse erano ancora limitate e le necessità enormi. Fu in quel contesto che entrarono in scena alcuni dei più importanti benefattori della storia forlivese.

Fra tutti i nomi ricordati da Matteucci, quello di Francesco degli Augustini occupa un posto speciale. Appartenente a una delle più prestigiose famiglie della nobiltà cittadina, marchese di Altenburgo, cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Francesco visse negli anni in cui l'Europa era sconvolta dalla Guerra di successione spagnola. Morì nel 1714 senza lasciare eredi diretti. Nel suo testamento dispose che, una volta estinte determinate linee ereditarie familiari, il patrimonio passasse all'ospedale di Forlì. La sua volontà si concretizzò appena due anni dopo, nel 1716. L'istituto ricevette oltre settantamila scudi, una cifra enorme per l'epoca. Per comprendere la portata della donazione basta ricordare che pochi decenni prima l'intero patrimonio dell'ospedale era valutato in circa diecimila scudi. Con un solo gesto Francesco degli Augustini moltiplicò le risorse disponibili per l'assistenza pubblica cittadina. E Matteucci, dal canto suo, osserva come la memoria di molti membri illustri della famiglia rischiasse di svanire col tempo mentre quella di Francesco sarebbe sopravvissuta proprio grazie alla sua generosità.

Se Francesco degli Augustini rappresenta il grande benefattore aristocratico, l'abate Giovanni Aspini offre uno sguardo diverso sulla società del tempo. Nel suo testamento del 1705 lasciò una preziosa testimonianza delle condizioni in cui vivevano molti poveri forlivesi. Aspini descrive persone malate costrette a restare nelle proprie abitazioni senza cure adeguate, adagiate sulla paglia e prive di qualsiasi assistenza sanitaria. L'ospedale non disponeva ancora di posti sufficienti per accogliere tutti gli infermi. Per questo il sacerdote destinò parte dei propri beni al suo ampliamento e al miglioramento dei servizi. La sua iniziativa non fu soltanto un gesto di carità, ma anche una denuncia sociale. Attraverso le sue parole emerge una città nella quale la malattia poteva trasformarsi rapidamente in miseria e abbandono.

Non tutti i benefattori appartenevano alla nobiltà. Tra le figure più toccanti ricordate da Matteucci vi è Lucrezia Vinci, morta nel 1714: più volte ricoverata nell'ospedale cittadino, aveva sperimentato personalmente l'assistenza ricevuta. Per gratitudine decise di lasciare all'istituto tutto ciò che possedeva. La sua storia colpisce proprio per la sua semplicità, vale a dire: non si tratta di una grande ereditiera né di una personalità influente, è invece una donna che restituisce alla comunità il bene ricevuto. La sua scelta dimostra come il sistema assistenziale dell'epoca fosse sostenuto non soltanto dalle élite, ma anche dall'affetto e dalla riconoscenza di persone comuni. 

Nel 1715, invece, morì Antonio Orsi, sacerdote: nel proprio testamento stabilì che cinquanta scudi fossero impiegati per acquistare mobili e masserizie destinati ai ricoverati. Sembra poco, rispetto a quanto letto prima. Pare per contro che Orsi non pensasse all’ospedale come a un’entità astratta concentrandosi sui bisogni concreti delle persone che vi erano ospitate. Letti, arredi, attrezzature significavano condizioni di vita migliori per chi affrontava la malattia. 

Occorre citare pure la contessa Antonia Corbizzi: la nobildonna destinò all’ospedale una donazione di millecinquecento scudi, tanto significativa da spingere gli amministratori a collocare il suo ritratto nelle sale dell’istituto. La sua figura vale quale paradigma delle donne nella storia della beneficenza: in una società che offriva loro limitate possibilità di partecipazione alla vita pubblica, molte nobildonne esercitarono una significativa influenza attraverso opere caritative e lasciti testamentari. Per esempio Eugenia Armuzzi Ottaviani, morta nel 1838 a soli trentuno anni senza lasciare figli, e anch’ella scelse di destinare il proprio patrimonio all’ospedale cittadino, confermando come la tradizione della beneficenza privata fosse ancora viva nella Forlì dell’Ottocento. 

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