Dal testo di padre Armadori, cronaca storica della canonizzazione del 1726 e delle celebrazioni a Forlì tra protagonisti, luoghi e tradizioni cittadine
Nel capitolo dedicato alla “voce della Chiesa” della vita di San Pellegrino Laziosi, padre Armadori, nel 1930, offre una ricostruzione precisa non solo della canonizzazione del 1726, ma anche della sua immediata ricezione a Forlì. Il racconto, fondato su cronache dell’Ordine dei Servi di Maria e testimonianze locali, permette di seguire quasi giorno per giorno le reazioni della città.
Allora la festa dedicata al Beato forlivese era già assai sentita, tanto da prolungarsi in più giorni (almeno otto) condita con “musica forestiera”, si legge per esempio in una cronaca manoscritta dell’anno 1720 custodito nel fondo Dall’Aste Brandolini presso l’Archivio di Stato. Qualche anno dopo, però, Pellegrino sarebbe diventato Santo. E finalmente, verrebbe da dire, era infatti morto nel 1345.
Il momento decisivo fu il 27 dicembre 1726, quando a Roma, nella basilica di San Pietro, Pellegrino Laziosi venne proclamato santo insieme con Giovanni della Croce e Francesco Solano. A Forlì, tuttavia, l’evento assunse una dimensione propria nel giro di poche ore. Furono il canonico Fabrizio Martellini e il conte Cristoforo Merlini, presenti nella capitale come rappresentanti della città, a inviare immediatamente un corriere con la notizia.
Secondo quanto riferisce Armadori, il messaggero giunse a Forlì nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio. L’arrivo provocò una reazione immediata: le campane iniziarono a suonare, si accesero fuochi e si diffusero segnali di festa che svegliarono la popolazione. I forlivesi, colti nel sonno, furono richiamati nelle piazze “dal crepitio dei razzi e dal rombo delle artiglierie” e nelle chiese da un annuncio che venne percepito come evento collettivo. In poche ore, l’assetto consueto della città mutò visibilmente, in una trasformazione che le cronache suggeriscono come improvvisa e condivisa, quasi corale, tanto da richiamare i versi del contemporaneo Metastasio nei melodrammi del tempo: “tutto cangia, il ciel s’abbella”.
La mattina seguente, fin dall’alba, la popolazione si riversò nella chiesa “della Purificazione” (così, negli anni precedenti al 1726, era nota la chiesa di San Pellegrino) per una prima manifestazione di ringraziamento. Qui si tennero preghiere e suppliche, mentre si organizzava una celebrazione più solenne. Poco dopo ebbe luogo una processione che partì dalla cattedrale e si diresse verso il convento dei Servi di Maria, centro naturale del culto di Pellegrino. Così “uno scoppio di gioia, rinforzato da applausi verso il Santo e la maestà del Pontefice canonizzatore, echeggiò nell’antica città ghibellina”.
La processione fu guidata dal vescovo di Forlì, Tommaso Torelli, e vide la partecipazione del clero, delle autorità civili e di una larga parte della cittadinanza, stendardi, bandiere. Armadori sottolinea la “generale commozione” che accompagnò il corteo, segno di una partecipazione non formale ma sentita. Durante le celebrazioni venne cantata una messa pontificale di ringraziamento, mentre la figura del nuovo santo veniva presentata come intercessore per la città in quanto “faceva piovere dall’alto nuovi favori”.
Nei giorni e negli anni successivi, le manifestazioni si moltiplicarono. I superiori dei conventi dei Servi di Maria si impegnarono a promuovere la devozione con esortazioni rivolte sia ai religiosi sia al popolo, con iniziative ripetute non solo negli Stati italiani, ma anche in Austria, in Spagna, in Baviera. Nel frattempo, a Forlì era d’uso che portare in processione la statua del Santo il 27 aprile, preceduta dal clero e dal vescovo. Le vie della città erano addobbate con drappi e fiori, e bande musicali contribuivano a creare un clima festivo. Il passaggio del corteo del 1727 avvenne tra due fitte ali di popolo, segno di una partecipazione ampia e diffusa e così si ripeté nei decenni successivi. E seguivano “apparati, musiche, panegirici, illuminazioni e fuochi artificiali”, cose che “per l’avarizia degli amministratori” cent’anni dopo sarebbero cadute in disuso.
Accanto agli aspetti celebrativi, si svilupparono iniziative strutturali. La cappella di San Pellegrino venne ampliata e arricchita, anche grazie all’intervento di benefattori locali come Giorgio Viviano Marchesi che “s’offerse lui a costruire a sue spese un mausoleo meno indegno del Santo”. Mise mano ben presto alla chiesa tutta pure Merenda, conferendo all’antica Purificazione un aspetto più consono a quel tempo che ancora respirava barocco. Da allora divenne Santuario, con marmi e decorazioni preziose.
Tre secoli dopo, la festa si esaurisce in una sola giornata, tra bancarelle colme di cedri (tradizione più recente) e una partecipazione che ha cambiato forma senza venire meno. Resta, in filigrana, lo stesso gesto: rivolgersi a Pellegrino come a uno dei propri, con un’affezione che non ha bisogno di essere dichiarata e con una fiducia che, nel tempo, non pare volersi sbiadire.

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