La statua della Madonna di Germania e il suo prezioso carico di reliquie prodigiose. E il dito di San Matteo, e il dente di Sant’Andrea
Forlì, 16 maggio 1600: una piccola statua della Madonna viene preparata dai Gesuiti per la processione di Pentecoste. Bisogna spostarla, vestirla, fissarla nel tabernacolo. Un gesto normale, quasi scontato. Ma quando i religiosi sollevano il rivestimento che la copriva da anni, notano una sottile lamina di ferro nascosta sul retro. La aprono con cautela. E dentro la statua trovano reliquie segrete.
Nel giro di poche ore la notizia incendia la città: arrivano il Vescovo, le campane suonano a festa, il popolo accorre in massa, iniziano processioni solenni e (secondo il cronista Sigismondo Marchesi) persino miracoli e punizioni divine. È uno degli episodi più sorprendenti e dimenticati della Forlì del Seicento: la scoperta delle reliquie custodite nella “Madonna di Germania”.
La storia della statua (di cui Il Foro di Livio ha trattato tempo fa), però, era iniziata molti anni prima e molto lontano dalla Romagna. Da un convento femminile della Bassa Sassonia, infatti, la piccola immagine mariana aveva intrapreso un lungo viaggio verso l’Italia. La statua giunse a Forlì accompagnata da numerose reliquie accuratamente catalogate e da centinaia di scudi, portati da Pavia dal gesuita padre Lelio Passioneo: denaro che contribuì al finanziamento della nuova chiesa della Compagnia di Gesù, luogo che poi sarebbe stato più avvezzo alle orecchie dei forlivesi col nome di Monastero del Corpus Domini.
La tradizione collegava la statua alla duchessa Dorotea di Brunswick, mentre nel 1589 fu Dorotea di Lorena (di ritorno da un pellegrinaggio a Loreto) a dare ulteriore prestigio al culto. Il 30 giugno di quell’anno la nobildonna entrò solennemente a Forlì per visitare il nuovo tempio dei Gesuiti. Ad accoglierla c’erano il vescovo Fulvio Teofili, il governatore Pompeo Sperelli, il referendario apostolico Marcolino Monsignani, il patriziato cittadino, i magistrati dei Novanta Pacifici e il popolo forlivese.
Fu proprio attorno alla “Madonna di Germania” che si sviluppò rapidamente una fortissima devozione popolare. Secondo le cronache, ben cinquantuno prodigi verificatisi a Forlì nel 1589 furono attribuiti all’intercessione della Vergine.
Ma il momento più clamoroso arrivò undici anni dopo.
Sigismondo Marchesi, nel dodicesimo libro delle sue Istorie di Forlì, racconta che nel maggio del 1600 la “miracolosa statuetta di Nostra Donna” era custodita nella sagrestia della chiesa dei Gesuiti: “Era nel Collegio de’ Padri della Compagnia di Giesù sin dall’anno 1584 una miracolosa statuetta di Nostra Donna… che si teneva con gran venerazione nella Sagrestia di questa Chiesa”. Oggi è collocata nella chiesa del Corpus Domini, sito di recente disvelato alla cittadinanza, con la speranza che nulla vada perduto delle preziose memorie in esso contenute.
Prima della grande processione di Pentecoste, i religiosi decisero di sistemare la statua in un tabernacolo processionale. Per alleggerirla, rimossero il prezioso rivestimento di stoffa che la ricopriva. Fu allora che notarono qualcosa di insolito: “Levata la vesticciuola non mai più mossa da alcuno, osservarono nella schena dell’Immagine una lametta di ferro larga un dito, e lunga due.”
Dietro quella piccola lamina sembrava nascondersi qualcosa. I padri la sollevarono con cautela.
“Levarono destramente quel piccolo ferro, e con animo tutto ripieno d’ammiratione, e di riverenza videro essere ripiena la Statua di sacre Reliquie.”
Dentro la Madonna erano custodite quattro reliquie, accompagnate da cartigli autentici in pergamena. Marchesi le trascrive integralmente in stampatello:
“De manica dextera S. Mariae Matris Dei
De ligno S. Crucis
Digitus S. Matthaei
Dens S. Andreae”
La reliquia più straordinaria era quella indicata come Manica dextera S. Mariae Matris Dei: un frammento attribuito alla manica della Vergine Maria.
La scoperta sconvolse la città. Il nuovo vescovo di Forlì, monsignor Corrado Tartarini, fu chiamato immediatamente al collegio dei Gesuiti. Marchesi scrive: “Il Vescovo in ciò vedendo giubilava, e piangeva per allegrezza, ringratiando la providenza di Dio.”
Le campane del Duomo iniziarono a suonare a festa. La folla si riversò verso la chiesa del Gesù. Le reliquie furono esposte pubblicamente e nei giorni successivi la città organizzò celebrazioni straordinarie.
Il culmine arrivò il lunedì di Pentecoste, il 22 maggio 1600, quando Forlì fu attraversata da una solennissima processione.
“La Processione con musiche, suono d’artiglierie, & altri segni d’allegrezza, seguitata da numerosissimo concorso di popoli non solo della Città, ma di tutta la Provincia…”
In tale occasione, si tenne l’incoronazione della Beata Vergine di Germania in piazza Maggiore (ora Saffi), tra musiche cittadine e sacri bronzi. Si festeggiavano insieme la conclusione della cappella dedicata alla statua e il ritrovamento della reliquia della “Manica di Maria Vergine”, nascosta per anni nel legno della Madonna.
Marchesi racconta anche un episodio impressionante. Un uomo, giunto in piazza durante le celebrazioni, accusò i Gesuiti di voler “far bottega” con le reliquie e con la devozione popolare. Secondo il cronista, venne immediatamente colpito da un malore: “Fu soprapreso da un impeto d’apoplessia, che lo gettò come morto per terra.”
L’uomo sopravvisse, ma (scrive Marchesi) perse per sempre la parola: “L’uso però della lingua li restò sempre sino alla morte impedito.”
Per i forlivesi del Seicento non c’erano dubbi: quella era la prova della protezione della Madonna di Germania sulla città.
Oggi questa vicenda appare come uno straordinario affresco della Forlì del tempo: reliquie segrete, processioni spettacolari, devozione collettiva, miracoli, paura del sacrilegio e partecipazione popolare totale. Tutto nato da una piccola statua arrivata dalla Germania e da una sottile lamina di ferro scoperta quasi per caso, in un martedì di maggio del 1600.

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