La pace degli argini

 Le grandi piogge del 1559 sconvolsero la Romagna: contese idrauliche tra Forlì e Ravenna


A tre anni dalla tragica alluvione che nel maggio 2023 colpì Forlì e gran parte della Romagna, il ricordo di quei giorni rimane ancora vivido nelle immagini dei fiumi gonfiati dalla pioggia, delle strade trasformate in canali e del fango che invase case, campagne e quartieri cittadini. 
Il Foro di Livio ha già raccontato come episodi simili si siano ripetuti più volte nella storia locale, quasi sempre in questa stagione, quando rovesci e piene improvvise mettevano in crisi uomini, raccolti e infrastrutture. Sfogliando le preziose pagine di Sigismondo Marchesi, emerge il racconto di un’altra grave emergenza idraulica, avvenuta quasi 470 anni fa.
Anche allora le acque del territorio fra Forlì e Ravenna causarono non solo devastazioni materiali, ma pure tensioni politiche e amministrative. Le cronache mostrano infatti la reazione delle autorità cittadine, chiamate a ristabilire ordine e accordi dopo alluvioni, rotture di argini e avulsioni che avevano modificato il delicato equilibrio idraulico delle campagne di confine. 

Fra le tante calamità naturali riportate dalla storia locale, dunque, le inondazioni del 1559 lasciarono un segno profondo non solo sul territorio, ma anche nei rapporti politici ed economici fra le comunità della pianura. La cronaca di Marchesi racconta infatti di “stravaganti innondationi” che colpirono la provincia a causa di piogge incessanti cadute giorno e notte “dalli 25 maggio fino al primo di giugno”.
Le conseguenze furono gravissime. I fiumi uscirono dagli argini, le campagne vennero sommerse e le vie di comunicazione rese impraticabili. Ma oltre ai danni materiali, le acque provocarono anche un acceso contrasto fra i ravennati e i forlivesi, soprattutto riguardo alla manutenzione degli argini nella zona di Villafranca, punto delicato del sistema idraulico fra il territorio di Forlì e quello ravennate.

La questione era tutt’altro che secondaria. In una pianura continuamente minacciata dalle esondazioni dei fiumi torrentizi, la gestione delle acque rappresentava un problema politico oltre che tecnico. Ogni intervento sugli argini poteva infatti favorire una comunità a scapito di un’altra, deviando le piene o scaricando i danni sui territori confinanti.
Per questo motivo il magistrato dei Conservatori di Forlì affidò all’avvocato e sindaco del Comune il compito di trattare un accordo con Ravenna. I ravennati presentarono quindi alcuni “capitoli”, ossia condizioni e proposte formali, che il Consiglio cittadino forlivese esaminò il 31 luglio successivo.

La decisione finale venne affidata a quattro gentiluomini della città: Simone Alleotti, Bartolomeo Capoferri, Lorenzo Orselli e Bernardino Pontiroli. Dopo avere valutato la situazione, “ponderato il tutto” essi stabilirono che la comunità forlivese dovesse concorrere per una quarta parte alle spese relative agli interventi idraulici. Una tregua dell’acqua, o una pace degli argini. La cronaca sottolinea inoltre che tale criterio rimase in vigore “fino al dì d’hoggi”, segno che quell’accordo costituì un precedente destinato a durare nel tempo.

L’episodio mostra bene quanto la storia della Romagna sia stata modellata dall’acqua. Prima delle grandi bonifiche moderne, il territorio fra Forlì, Ravenna e la pianura circostante era estremamente fragile: bastavano pochi giorni di pioggia continua per trasformare campagne e strade in un immenso acquitrino. Non sorprende quindi che le comunità locali dovessero continuamente negoziare diritti, spese e responsabilità legate alla difesa idraulica. Del resto, le acque ignorano i confini amministrativi. 

Commenti