La Tigre e il potere quotidiano

 Soldati, fortezze e congiure: il 1491 di Forlì e di Caterina Sforza pragmatica ed equilibrata


Nel 1491 Caterina Sforza non è soltanto la signora guerriera che la memoria rinascimentale avrebbe poi trasformato in mito. Nelle pagine secentesche delle cronache di Sigismondo Marchesi emerge invece una governante concreta, attenta ai problemi quotidiani della città, capace di trasformare il controllo militare in amministrazione urbana.
Pure Paolo Bonoli, scrivendo di quel 1491, conferma che “non mancavano (…) persone che machinassero contro lo Stato di Caterina”. Anche se “non tralasciava però Caterina modo alcuno per farsi benevoli i Popoli”, per esempio “alleggerì alcune gravezze a’ contadini”, misura che, producendo più danni che svantaggi, ben presto sarebbe stata rivista. 
Marchesi descrive una Forlì che Caterina aveva ricondotto “in tranquillo stato”. Ma la pace era fragile. La signora sapeva bene che il vero rischio non proveniva solo dai nemici esterni, bensì dal disordine interno: soldati mal alloggiati, tensioni sociali, complotti filo-Ordelaffi, malcontento popolare.

Per questo, la Tigre di Forlì agì in modo pragmatico: nel marzo 1491 propose agli Anziani del Comune la costruzione di una serie di abitazioni in legno presso il borgo dei Cotogni, vicino alle mura cittadine. Non semplici alloggi, ma un vero quartiere militarizzato, circondato da fossato e ponte levatoio, concepito quasi come una piccola fortezza. Tale proposta aveva una duplice funzione: tenere sotto controllo l’esercito ed evitare che i soldati gravassero sulla popolazione civile. 
Il Comune approvò la proposta, acquistando i terreni necessari. Marchesi sottolinea come ciò alleggerisse le spese pubbliche per gli affitti destinati alle truppe e, soprattutto, liberasse i cittadini dal peso degli alloggiamenti militari. Giusto per curiosità, questi erano i nomi degli Anziani: Giovanni dalle Selle, Diaterno Marescalchi, Alberico Denti, Giorgio dall’Aste, Francesco Aspini, Francesco Pontiroli, Francesco Numai, Bartolomeo Capoferri, Bonamente Torelli, Ettore Ercolani, Giorgio Cartellini, Bernardino Maldenti. 

Dietro questa decisione si intravede una Caterina molto diversa dall’immagine stereotipata della Tigre: una governante che comprende il rapporto delicato tra sicurezza e consenso.
Nel Quattrocento ospitare soldati nelle abitazioni private significava spesso soprusi, violenze, tensioni continue. La scelta di creare una struttura separata dimostra che Caterina aveva compreso un principio fondamentale del governo urbano: l’ordine pubblico passa dalla gestione degli spazi quotidiani.
La fortezza-abitato dei Cotogni non era soltanto un presidio militare. Era anche uno strumento politico per consolidare l’autorità della Signora e rassicurare i cittadini, limitando possibili rivolte. 
Il potere di Caterina si manifesta quindi nella capacità di amministrare la vita ordinaria: tasse, alloggi, sicurezza, relazioni tra esercito e popolazione.

Il 1491, tre anni dopo l’assassinio di Girolamo Riario, a Forlì si percepiva ancora la vicinanza degli Ordelaffi, fuori dai giochi liviensi dal 1480 e rifugiati a Ravenna. Gli antichi signori della città non avevano rinunciato a riconquistare il potere e cercavano appoggi interni.
Uno di questi tentativi coinvolse Giovanni di Piero Solumbrini, incaricato di organizzare una congiura contro Caterina e il giovane Ottaviano Riario.
Il piano prevedeva la presa della Rocchetta di Schiavonia attraverso la complicità di uomini interni alla guarnigione e persino l’uccisione del castellano. Ma la trama fu scoperta il 6 dicembre 1491.

La reazione del governo fu rapida e severa: Solumbrini venne arrestato e giustiziato alla Porta di Schiavonia, Giovanni Montanaro fu inizialmente condannato ma poi graziato, altri complici fuggirono scavalcando le mura durante la notte.
Contrariamente a quanto episodi più noti hanno insegnato, qui le decisioni di Caterina Sforza si dimostrano tutto sommato equilibrate. 
Le pagine di Marchesi restituiscono dunque una Forlì attraversata da tensioni continue, dove il potere non poteva mai considerarsi consolidato definitivamente.
Caterina Sforza governava una città economicamente fragile e ancora attraversata dalle reti fedeli agli Ordelaffi, pertanto il suo potere si esercitava ogni giorno attraverso decisioni pratiche: costruire case, controllare i soldati, negoziare con gli Anziani, reprimere complotti, evitare il malcontento popolare.

È forse proprio questa la dimensione più interessante della Tigre del 1491: non soltanto l’eroina delle rocche e delle guerre, temuta per le sue vendette spropositate e il suo coraggio, ma una sovrana immersa nella gestione concreta della città.




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