Il poeta delle stelle

Tra astrologia, medicina e storia: la vita di Guido Peppi (1434–1492) nella Forlì degli Ordelaffi, tra cronache civiche e poesia rinascimentale


Ci sono figure che sembrano emergere dalla storia con contorni incerti, ma che, osservate con attenzione, rivelano una trama più ricca di quanto appaia. Guido Peppi (o, come fu spesso chiamato dai contemporanei, Guido Stella) appartiene a questa categoria. Nato a Forlì l’8 gennaio 1434 e morto nella stessa città l’8 dicembre 1492, attraversò uno dei secoli più inquieti e decisivi della storia romagnola, lasciando un’impronta che, pur non clamorosa, è tutt’altro che trascurabile.
Per comprendere la sua figura, occorre partire dalla famiglia. I Peppi erano presenti a Forlì già dal XIII secolo, e non come semplici cittadini. Le cronache ricordano il loro contributo alla cacciata del tiranno Simone Mastaguerra, episodio che segna una delle prime affermazioni della comunità cittadina contro il potere personale. È un dato che, anche se lontano nel tempo rispetto a Guido, restituisce il senso di una famiglia radicata nella vita civica e politica della città.

Quando Guido nasce, nel 1434, Forlì è ormai saldamente nelle mani degli Ordelaffi. Solo dieci anni prima, il 28 luglio 1424, la battaglia di Zagonara aveva segnato una sconfitta pesante per le forze romagnole, aprendo una fase di riassetto politico. Negli anni Trenta e Quaranta del Quattrocento, sotto Antonio Ordelaffi e poi sotto Pino III, la città cerca una stabilità che tuttavia resta fragile. È in questo contesto che cresce Guido Peppi, destinato a muoversi tra studio e vita pubblica.
Il soprannome “Stella” non è casuale. Esso richiama la sua fama di astronomo e astrologo, discipline che nel Quattrocento erano ancora strettamente intrecciate. Non sorprende, dunque, che nell’anno accademico 1465-1466 egli sia attestato come docente di astronomia. Ma la sua formazione andava ben oltre: conosceva il latino, il greco e persino l’ebraico, segno di una cultura ampia e raffinata, non comune nemmeno tra gli intellettuali dell’epoca.

Medico stimato un po’ in tutto lo Stivale, filosofo ricordato dalle fonti, Peppi incarna quella figura di intellettuale completo tipica del Rinascimento nascente. La medicina, la speculazione filosofica e lo studio del cielo non erano ambiti separati, ma parti di un medesimo percorso di conoscenza. In lui, questa unità si riflette anche nella produzione letteraria. Nelle notti silenziose della Forlì quattrocentesca, mentre lo sguardo correva tra le costellazioni, Guido Stella sembrava dunque incarnare quella tensione antica per cui, per dirla con Metastasio, “vo cercando, e non ritrovo”, sospeso tra scienza e mistero.
Fu infatti poeta, sia in latino sia in volgare. Le sue rime non cercano la perfezione formale dei grandi modelli, conservano però una voce personale, talvolta aspra, talvolta ingenua. In esse ritorna un motivo che appare centrale: il legame con la propria terra. Non è difficile immaginare che espressioni come “la terra vostra / ch’è in Romagna e de voi dolce nativo”, riflettano un sentimento autentico, radicato nella realtà tutta sua. Dove Forlì è “Livia”, ed è – almeno in partenza - “terra in stato idonio” (idoneo), che significa, secondo il linguaggio del poeta delle stelle: una città dove terra, clima e influssi astrali creano un ambiente favorevole, in sintonia col cielo. Tuttavia, come già lo stesso Peppi riconosceva, Forlì diventa “nephando” non per empietà, ma per colpa civile: una città che si svuota dei suoi figli migliori, incapace di trattenerli o valorizzarli. È un lamento amaro, che riflette il dolore di chi vede il proprio luogo natio non più “idoneo”, ma dispersivo e ingrato.
Con queste parole, infatti, esprimeva tale concetto sempre attuale:

Forlì, Forlì nephando, 
vota di soi dolci e cari filglii
che mendicando vanno a altrui mercede!
Hay lasso me! La fede
se trova rara in fra sì duri artilgli. 

E, come se non bastasse, Peppi descrive una decadenza lenta e progressiva: Forlì si è trasformata in un “ovile”, perdendo dignità civile. Svuotata del suo “seme nobile e gentile”, è ormai priva dei suoi uomini migliori e della sua vitalità culturale. 

Hor così passo passo
La toa citate è conversa in ovile,
Cassa del seme nobile e gentile.

Leggendo il testo si ricordi che non ci sono refusi o errori, è proprio scritto così, quale raro esempio della sua lingua locale e del suo tempo. Con più leggerezza si può qui riportare, per intero, un suo sonetto: 

O Rundinella che piangendo vai
le tue pene amorose in dolci versi,
tu me ramenti gli angelichi rai
con quelgli accenti si soavi e tersi.

Dhe vieni a compagnarmi in questi lai
chio spargho per amor tanti e diversi.
Tu me conforti tra sospiri e guai
poi che miecho te lagni e pianti versi.

Benché mesero sia il novo solazzo,
l’alma che intende de non esser sola
melglio respira il caldo focho el gliazzo.

Dhe vieni adonque e nel mio grembo vola
e nel partir a quei beiochii e sancti
me raccomanda con pietosi cancti. 

Accanto alla poesia vi è l’attività di storico. La sua opera principale, la Historia urbis Foroliviensis, rappresenta uno dei tentativi quattrocenteschi di raccontare la storia della città. Non si tratta solo di una cronaca, ma di un esercizio di memoria civica, in un momento in cui Forlì vive trasformazioni profonde. Nel 1466, anno in cui Peppi insegna astronomia, la città è ancora sotto Pino III Ordelaffi, ma già si avvertono le tensioni che porteranno, dopo la sua morte nel 1480, a nuove lotte per il potere.
Un’altra opera, il De componendis in lingua materna versibus compendiolum, testimonia invece la riflessione teorica sulla poesia. Il fatto che sia scritto in parte in latino e in parte in volgare forlivese è significativo: indica una fase di passaggio, in cui la lingua italiana cerca una propria dignità letteraria accanto al latino.

Negli ultimi anni della sua vita, Guido Peppi assistette ai mutamenti che portarono Forlì verso una nuova stagione politica. Nel 1488, con la congiura contro Girolamo Riario e l’ascesa di Caterina Sforza, la città entrò in una fase diversa, segnata da nuove dinamiche di potere. Quando Peppi morì, nel dicembre del 1492 (lo stesso anno della scoperta dell’America) il mondo stava cambiando rapidamente, e anche la Romagna si avviava verso nuovi equilibri.
Resta, di lui, una figura che unisce sapere e radicamento locale. Guido Stella non fu un grande innovatore, né un protagonista delle vicende politiche. Fu, piuttosto, un testimone colto, un uomo che studiò, insegnò, scrisse e partecipò, a suo modo, alla vita della sua città. E proprio in questa dimensione, apparentemente minore, si coglie il suo valore: quello di rappresentare una cultura diffusa, che non fa rumore, ma che costruisce, giorno dopo giorno, il volto di un’epoca.

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