Il bacio e il sangue

 Forlì, 748: dall’oltraggio di Zenone alla rivolta cittadina che segnò la fine del dominio bizantino e aprì la strada ai Longobardi e alla futura donazione carolingia


Nel cuore dell’Ottavo secolo, quando l’Italia era un mosaico fragile di poteri bizantini, longobardi e domini ecclesiastici, un episodio all’apparenza privato accese una miccia destinata a propagarsi ben oltre le mura di una città. A Forlì, nell’anno 748, una domenica come tante si trasforma in tragedia, e la tragedia in storia. 
A raccontarci l’accadimento sono, tra gli altri, nell’Ottocento il conte Ercolano Gaddi Hercolani e nel Seicento lo storico Paolo Bonoli, entrambi testimoni indiretti ma preziosi di dettagli e vicende di memoria cittadina. Le loro parole, seppur filtrate dal tempo, restituiscono il senso profondo di un episodio che intreccia onore, violenza e trasformazioni politiche.

Secondo la tradizione, il capitano bizantino Zenone, a capo di una guarnigione imperiale, si rese protagonista di un gesto tanto improvvido quanto fatale. Vide Faustina, “onesta sposa di Alberto Alvini nobile forlivese”, e osò baciarla pubblicamente, mentre ella si recava a messa. Gaddi Hercolani (in “Storia dello Stato pontificio considerata nelle sue città, municipi e famiglie nobili”) sintetizza così l’episodio: “Osò Zenone capitano delle armi imperiali baciare insolentemente Faustina onesta sposa di Alberto Alvini nobile forlivese. L’amaro insulto destò l’ira del popolo…”
Bonoli (nelle sue "Cronache forlivesi"), con maggiore vivacità narrativa, aggiunge il contesto e il dettaglio rituale della domenica: “Avendo Zenone capitano d’una compagnia di greci insolentemente baciata Faustina moglie di Alberto Alvini nobile cittadino, mentre in dì di domenica se ne andava a messa…”.

Quel gesto non fu percepito come semplice sfrontatezza personale, ma come un affronto pubblico all’onore cittadino e alla dignità delle famiglie locali. La reazione fu immediata, brutale e collettiva, cioè la città insorse. Non vi fu processo, né mediazione. Zenone venne ucciso sul posto, e la violenza si abbatté sull’intera guarnigione bizantina: “Il popolo non solamente ammazzò il capitano suddetto, ma tagliò a pezzi quasi tutta la compagnia…”, per dirla con Bonoli. 
Alcuni pochi sopravvissuti riuscirono a fuggire verso Ravenna, sede dell’Esarcato bizantino. Ma il segnale era ormai lanciato: Forlì non riconosceva più l’autorità imperiale.
Gaddi Hercolani sottolinea il carattere emblematico dell’episodio: “Scena… che come ha potentemente influito su i destini della mia patria, così manifesta il carattere dei cittadini.” Non si trattò dunque solo di una vendetta: fu un atto politico, una dichiarazione di autonomia.

A Ravenna, l’esarca, identificato da Bonoli come Euticio, e il papa Zaccaria reagirono con indignazione, almeno inizialmente, sebbene la loro capacità d’intervento fosse ormai limitata. Bonoli osserva con lucidità: “Poco risentimento far poteva l’esarco, per essere divenuta quasi ridicola, per la sua debolezza, tal dignità.” È una frase rivelatrice: il potere bizantino in Italia era ormai logorato, incapace di imporsi nelle città. L’episodio di Forlì non fu causa, ma sintomo di un declino già in atto.
Fu in questo contesto che Astolfo, re dei Longobardi, colse l’opportunità. Determinato a eliminare definitivamente la presenza bizantina, intraprese una campagna militare contro l’Esarcato di Ravenna. Bonoli scrive: “Astolfo… disegnò di cancellare affatto in Italia il nome greco… e, rappiccatasi la guerra… terminando in Euticio la dignità dell’esarco in Italia, ed il dominio degl’imperatori d’oriente.”
La rivolta di Forlì, dunque, si inserisce in una dinamica più ampia: il crollo dell’autorità bizantina e l’espansione longobarda. Ma la storia non si ferma qui. Pochi decenni dopo, l’intervento dei Franchi cambia nuovamente gli equilibri. Carlo Magno sconfigge i Longobardi e riorganizza i territori italiani. Gaddi Hercolani ricorda: “Carlo Magno… confermò e donò di nuovo Forlì e la sua provincia alla Chiesa (774).” È un passaggio cruciale: Forlì entra stabilmente nel Patrimonio di San Pietro, segnando l’inizio di una nuova fase politica e istituzionale.

Il cosiddetto “bacio di Zenone” è, a prima vista, un fatto di cronaca nera medievale. A uno sguardo più attento, però, rivela molto di più: il peso dell’onore e della reputazione nelle società urbane altomedievali, la fragilità del potere bizantino in Italia, la capacità delle comunità locali di agire collettivamente, il ruolo degli eventi contingenti nel favorire grandi trasformazioni politiche. Forlì, in quell’anno 748, non fu solo teatro di violenza, ma protagonista di un passaggio storico: dalla fine di un dominio all’inizio di un altro. E forse, come suggerisce Gaddi Hercolani, in quella reazione “indomita” si riflette un tratto profondo dell’identità cittadina: una memoria che, attraverso i secoli, continua a interrogare chi la racconta.

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