Cielo barocco sopra Forlì

Astrologia, segni, significati e devozione nel Seicento: un curioso libretto e il bisogno di dare senso al disordine


Forlì di fine Seicento: di giorno, il cielo è terso dei trionfi dei santi Valeriano e Mercuriale, quello che si apre luminoso nei quadroni del Cagnacci. Di notte però tutto cambia. Senza luci artificiali, la volta diventa profonda, oscura, fitta di stelle. In tale contesto si muove Paolo Bettucci, accademico forlivese, per così dire erede ideale di Guido Bonatti: nel 1690 scrive "Il disinganno nell’opinione moderna o vero l’Astrologia tolta dalla ringhiera e posta in Piazza", pubblicato a Napoli nella stamperia di un altro forlivese di nome Francesco Benzi. Si tratta di un testo che mira a un bersaglio, cioè quei “moderni”, quei “Dottori alla Moda” che, senza conoscere davvero la materia, riducono tutto a superstizione e “danno ad intendere che l’Astrologia è pazzia”. L’autore del libercolo (dedicato al cardinale Ottoboni, nipote del papa Alessandro VIII) è di Forlì ma oltre tale dato resta pressoché sconosciuto; pare fosse attivo per lo più a Napoli come erudito, come studioso appassionato e diligente, forse medico o astrologo dotto. 

Sa bene, Bettucci, che “fulmini delle Scommuniche” sono riservati a “quei temerarij” che fanno dipendere le scelte e le conseguenze delle stesse dalle bizze dei corpi celesti. “Io, - mette le mani avanti l’autore - che mi glorio di essere più Cattolico, che intelligente di stelle, detesto, e detestai, e detesterò sempre simile opinione” e dichiara che “solo m’inoltrerò a far vedere che l’Astrologia è vera scienza, data dal Signore Dio, e perciò utilissima alla Repubblica, premiata dalle Leggi, necessaria alla Medicina, conosciuta da tutte le Scuole, ammessa dai Santi Padri, non reprovata da Sacri Canoni, nè dannata dalle Bolle Pontificie, nè dalle Sacre Scritture”. Una posizione originale benché rischiosa, azzardata, allora come ora. 
Il punto centrale del suo discorso scritto per lo più in versi, in sonetti e 80 quartine, è semplice e radicale: il cielo è un testo. Non una metafora poetica, ma una realtà conoscibile: “Che cosa è il Ciel? Certo ch’è un gran volume, / ove di Dio la Volontà si legge”. Le stelle sono segni, cifre, lettere di un linguaggio che attraversa il creato. E l’uomo, dotato di ragione, può almeno in parte decifrarlo. “Più tosto Huom senza legge è quel che in Terra / fissa le luci, e non riguarda il Cielo, / e non chi sempre i propri rai disserra, / per goder sue bellezze in terreo velo”. 

Questa idea percorre tutto il libro dove la volta celeste appare come un sistema di segni parlanti: “Ogni moto, che fan, quà giù son segni / Di tutto ciò, ch’egli decreta, e vuole”.
E ancora: “Se segni son, come le Sacre Carte” perché non leggerli? Del resto, sono pur sempre scritti “con divini inchiostri”. Non osservare il cielo significherebbe dunque rinunciare a una parte fondamentale della conoscenza. Non è solo ignoranza, ma una sorta di cecità volontaria.
Naturalmente, Bettucci sa di muoversi su un terreno asperrimo. Per questo precisa con attenzione i limiti del suo discorso. L’astrologia riguarda la natura, non la libertà dell’uomo: “sempre intendo semplicemente nelle cose naturali, e non nell’altre del libero arbitrio”. È una distinzione necessaria, che gli permette di restare dentro l’ortodossia, evitando il sospetto di eresia. Ma allo stesso tempo gli consente di affermare con forza che il mondo naturale è ordinato e leggibile.

Questa leggibilità ha conseguenze concrete. Nella medicina, per esempio, ignorare il cielo significa esporsi all’errore. Bettucci lo dice con una durezza che oggi sorprende: “il Medico istesso è un’Omicida… se del Ciel nel curar non sta a i registri”.
La malattia, i momenti critici del corpo, le crisi e le guarigioni: tutto è inscritto in un ordine più ampio, che gli astri contribuiscono a rivelare. Senza questa conoscenza, la cura diventa cieca, priva di orientamento.
Allo stesso modo, gli eventi naturali più violenti non sono, per lui, semplici accidenti. Incendi, terremoti, sconvolgimenti trovano nel cielo una loro prefigurazione: “d’Astri… disponevano Incendi… e si mosse la Terra”.
Il disordine, anche quando appare improvviso, non è mai del tutto muto. Può essere letto, anticipato, interpretato.

Questa visione non è un caso isolato. Si inserisce in un clima culturale in cui sopravvivono e si intrecciano tradizioni diverse: la grande astrologia medievale, la filosofia naturale, la teologia, la pratica medica. Tutte concorrono a costruire un universo in cui il mondo è pieno di segni, e l’uomo è chiamato a riconoscerli. In questo senso, l’astrologia di Bettucci e la devozione cittadina non sono mondi separati. Appartengono allo stesso orizzonte: quello di una cultura che non accetta che gli eventi restino muti. Che siano segni del cielo o interventi della Patrona, ciò che conta è che il disordine trovi una forma, una spiegazione, una collocazione dentro un sistema di senso.

In fondo, è questo il tratto più profondo della Forlì barocca: non accettare che il mondo resti opaco. Continuare, ostinatamente, a leggerne il significato nascosto, un po’ come fa la giovane figura femminile che regge un globo celeste costellato, quella dell’Allegoria dell’astrologia sferica di Cagnacci anch’esso conservato nella Pinacoteca della città di Guido Bonatti e Paolo Bettucci. 

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