Il teologo Ludovico da Pirano a Forlì: una caduta all'arrivo e una diocesi da ricomporre nel Quattrocento
C’è un’immagine, vivida e quasi teatrale, che introduce la figura di Lodovico Piranno, o Luigi Pirano, noto anche come Ludovico da Pirano: quella del suo ingresso a Forlì alle 18.30 del 17 (o 18) marzo 1437, quando la mula che lo trasportava s’imbizzarrì, rovesciandolo a terra e spezzandogli la tibia. Aveva seguito il consiglio di alcuni forlivesi che avevano voluto condurlo per una scorciatoia che avrebbe ottenuto l’esito detto. La festa si mutò in sgomento, e il nuovo vescovo fu portato via quasi esanime tra la folla attonita. Per il cronista Giovanni di Mastro Pedrino, tuttavia, “contentò molto tutti i citadini: e molto se laodavano del nostro Signore, che avea providudo de sì esscelente hommo”. Proprio in questo episodio, apparentemente marginale, si concentra un tratto essenziale della sua figura: la capacità di trasformare la caduta in principio di autorevolezza, di tornare, una volta guarito, a parlare al suo popolo con tale forza da rivelare immediatamente la statura dell’uomo. In effetti, il Vangelo della domenica ricordava la resurrezione di Lazzaro.
Ludovico da Pirano è stata una figura di primo piano nella cultura teologica del suo tempo. Nacque nella città istriana di Pirano, probabilmente poco dopo il 1380 e, ancora giovanissimo, fu condotto a Forlì per vestire l’abito francescano nel convento di San Francesco Grande, ora scomparso. Il legame con la città romagnola fece sì che ne fu considerato suo cittadino, e non solo onorario.
Il 10 agosto 1436 fu eletto da papa Eugenio IV vescovo di Segna, in Dalmazia, ma non poté mai prendere possesso della sede a causa del rifiuto del predecessore di cedere l’incarico. Il 18 febbraio 1437 gli fu quindi assegnata la diocesi di Forlì, che resse fino al 1446, pur affidandone ben presto il governo quotidiano a vicari, essendo stato richiamato dal pontefice a Ferrara per partecipare al concilio ecumenico. La sua missione a Forlì, città che ben conosceva, era piuttosto complicata: il suo predecessore (di cui “Il Foro di Livio” ha già scritto), era il frate agostiniano Guglielmo Bevilacqua, “antivescovo” non riconosciuto da Roma: ecco, a Ludovico toccava ricomporre la frattura anche se nel suo primo atto ufficiale la frattura la subì, alla tibia. Nel Seicento, lo storico Paolo Bonoli lo giudicava “persona eccellente per bontà e lettere, considerato ad una voce uno de’ primo teologi del suo tempo”. Impegnato, dunque, nelle grandi sessioni teologiche della Chiesa, solo il 22 luglio 1444 “con solennità grande – come scrive Sigismondo Marchesi - cantò la sua prima messa nella chiesa di Santa Maria dei Servi (nota come San Pellegrino), consecrando quell’altare ove celebrò”. L’altare era quello di Santa Maria Maddalena, nel giorno a lei dedicato. Con tale “ritorno alla sua sede”, vole “accrescere le allegrezze de’ Forlivesi” in un periodo invero contorto e contrastato.
La sua formazione si distingue per ampiezza e rigore, ma soprattutto per un tratto curioso e non comune: una precoce diffidenza verso gli eccessi della speculazione. In un’epoca in cui la filosofia rischiava di smarrirsi tra astrazioni arbitrarie, Ludovico da Pirano seppe mantenere una posizione di equilibrio, respingendo tanto le costruzioni chimeriche quanto le riduzioni semplicistiche. Questo atteggiamento emerge con chiarezza nelle sue riflessioni sull’anima, dove egli individua due derive opposte e pericolose: da un lato il materialismo, che la riduce a corpo; dall’altro l’idealismo, che la dissolve nel divino. Tra questi estremi egli si muove con una prudenza sorprendente, difendendo la specificità dell’umano con una lucidità che anticipa sviluppi ben più tardi.
Ancora più singolare è il metodo con cui giunge a tali posizioni. Ludovico da Pirano non si affida soltanto ai libri, spesso appesantiti da sistemi e dispute, ma coltiva una pratica costante di introspezione, studiando il proprio “intimo senso” come fonte privilegiata di conoscenza. Convinto che l’animo umano si riveli prima di tutto a se stesso, egli cerca tuttavia di purificare questa osservazione dalle passioni e dai pregiudizi, integrandola con l’analisi dei comportamenti altrui. Ne nasce un approccio che unisce esperienza e riflessione, e che rappresenta uno degli aspetti più moderni e affascinanti della sua figura.
Ed è proprio nel contesto del Concilio di Ferrara che Ludovico da Pirano rivela pienamente tale statura. Fin dalla prima sessione espone posizioni raffinate nelle quali lascia cogliere la sua capacità di coniugare fedeltà alla tradizione e consapevolezza del ruolo storico della Chiesa.
Accanto all’impegno dottrinale, la sua vita personale si caratterizza per un rigore ascetico non comune. Parco nel sonno, frugale nel cibo, disciplinato nei gesti e nelle parole, egli unisce alla severità dei costumi una pietà intensa, che talora si manifesta in forme di profonda commozione durante la preghiera. Le fonti ricordano le sue lacrime come segno di un coinvolgimento totale, capace di suscitare nei presenti insieme ammirazione e inquietudine. Non meno significativa è la sua azione all’interno dell’Ordine francescano, dove, attraverso l’esempio, contribuisce a richiamare alla purezza originaria della regola comunità che il tempo e gli abusi avevano indebolito.
E tuttavia, ciò che più sorprende, a distanza di secoli, è la sua umiltà. Nonostante la fama, le responsabilità e il ruolo nei grandi dibattiti ecclesiali, Ludovico da Pirano non appare mai dominato dall’ambizione; al contrario, sembra restringersi interiormente quanto più cresce esteriormente. Questa tensione tra grandezza pubblica e modestia personale costituisce uno dei tratti più autentici della sua figura.
Così, tornando alla mula e a quella caduta iniziale, si può dire che in quell’episodio si racchiuda simbolicamente tutta la sua vicenda: un uomo che non fonda la propria autorevolezza sull’assenza di ostacoli, ma sulla capacità di attraversarli con equilibrio e fermezza. In un tempo incerto, egli seppe essere misura; in una cultura incline agli estremi, seppe essere discernimento; e nella tensione tra ragione e fede, seppe indicare una via in cui il pensiero non si smarrisce, ma si orienta con rigore e umiltà verso la verità.

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