La verità contesa

Nel Seicento una verbosa battaglia di libri e di memoria oppone la Forlì di Ricceputi alla Faenza di Cavina


Nel pieno del Seicento romagnolo, quando le rivalità tra città non si combattevano più con le armi ma con la penna e con l’erudizione, nacque un curioso duello di storia e di orgoglio civico che ancora oggi potrebbe risultare avvincente. Da una parte stava Faenza, che attraverso gli scritti di Pietro Maria Cavina tentava di dimostrare di essere stata nell’antichità non solo una città illustre ma addirittura il centro di una vasta regione, quasi una provincia romana autonoma; dall’altra Forlì, che vedeva in quella tesi una minaccia alla propria dignità storica. A difenderla intervenne nel 1673 il canonico Bartolomeo Ricceputi, accademico filergita, con un’opera dal titolo già combattivo e solenne: “La Verità Rediviva a favore della città di Forlì” . Il libro è un esempio perfetto di quella storiografia municipale barocca in cui l’amor di patria, la filologia e il gusto per la disputa dotta si intrecciano in modo quasi teatrale.

Ricceputi si presenta fin dalle prime pagine come un difensore chiamato a far risorgere la verità offuscata dalle interpretazioni avverse. La verità, scrive con tono solenne e quasi allegorico, può essere oppressa ma non distrutta, perché ha la forza di emergere anche quando sembra perduta tra le ombre della menzogna. In un passo suggestivo la paragona a una creatura che attraversa senza bruciarsi le fiamme dell’invidia e degli odi, capace di conservare intatta la propria luce anche quando tutto sembra volerla soffocare. Non è soltanto una disputa erudita: è quasi una missione morale. Difendere la verità significa difendere la patria, e la patria per Ricceputi è Forlì, città che egli vede minacciata da interpretazioni storiche che ne ridimensionerebbero l’antichità e il prestigio.

Il cuore del libro di oltre duecento pagine consiste nella confutazione delle tesi di Cavina. Quest’ultimo aveva sostenuto che il nome di Faenza negli autori antichi non indicasse semplicemente una città ma una vera e propria regione, una provincia simile alla Flaminia, dalla quale deriverebbe l’importanza storica del territorio faentino. Ricceputi affronta la questione come un avvocato che smonta punto per punto l’argomentazione dell’avversario. Chiama a testimoniare una lunga schiera di autori antichi e moderni: Strabone, Plinio, Tacito, Livio, Polibio, Cicerone, oltre a numerosi umanisti rinascimentali. L’elenco degli scrittori citati è talmente vasto da occupare intere pagine dell’opera e dà l’impressione di una biblioteca intera convocata a difesa di Forlì. È uno spettacolo tipico dell’erudizione secentesca: citazioni, etimologie, epigrafi, passi latini e greci vengono analizzati come prove in un processo.

Secondo Ricceputi gli argomenti di Cavina nascono soprattutto da interpretazioni arbitrarie dei testi antichi. Là dove si parla dei Fauentini, egli osserva, si tratta semplicemente degli abitanti della città di Faenza e non di una provincia; dove qualche passo sembra alludere a un territorio più vasto, è la lettura moderna ad aver forzato il significato originario. Anche le etimologie che collegano Faenza alla Flaminia gli appaiono fragili e fantasiose. Per Ricceputi la storia deve fondarsi su testimonianze solide, non su congetture. Non manca tuttavia una certa ironia: egli riconosce l’ingegno dell’avversario ma lo invita a non lasciarsi trascinare da un eccesso di zelo patriottico.

Dietro la disputa antiquaria emerge un mondo vivace e competitivo, gagliardamente campanilistico, quello delle città romagnole dell’età moderna, ciascuna impegnata a dimostrare la propria nobiltà e la propria antichità. In quell’epoca la storia non era soltanto un racconto del passato ma uno strumento di prestigio civile. Avere origini più antiche o più illustri significava possedere un titolo d’onore. Per questo le cronache municipali erano spesso veri e propri campi di battaglia intellettuale. Ricceputi non nasconde il suo intento: difendere la sua città e restituirle il posto che ritiene le spetti nella storia della regione.

Così la “Verità Rediviva” diventa molto più di un semplice trattato erudito. È il ritratto di un’epoca in cui la passione per l’antico conviveva con l’orgoglio civico e con una sorprendente energia polemica. Tra citazioni latine, ragionamenti filologici e dichiarazioni di lealtà alla propria patria, il libro racconta una piccola ma significativa battaglia culturale della Romagna barocca. E mentre Ricceputi dispiega le sue prove e convoca gli autori del passato come testimoni, si ha l’impressione che dietro le pagine si muovano due città rivali, Forlì e Faenza, entrambe desiderose di vedere riconosciuta la propria grandezza. In questo scontro di memorie e interpretazioni, la storia diventa un’arena dove la verità (almeno secondo il suo avvocato) è destinata prima o poi a tornare alla luce.

Insomma, per concludere questo bizzarro (volentieri puntiglioso e a tratti livoroso) duello cartaceo, si può citare la terzina di un sonetto del sedicente “ascoso filergita” compreso in questo testo: “Fur duo Livie i duo punti alla mia sorte, / ne le mura di Livia hebbi la vita, / per amore di Livia hebbi la morte”. 

Commenti