Un romagnolo del Cinquecento tra improvvisazioni, itinerari, leggende e cronache scritte lungo le strade d’Italia
Nel 1575 a Venezia usciva un piccolo libro dal titolo promettente: Chronica universale della fidelissima et antiqua regione di Magna Grecia. L’autore firmava con una formula che non lascia dubbi: Cristoforo Scanello detto il Cieco da Forlì. E qui comincia la storia curiosa di un forlivese che attraversò l’Italia tra versi improvvisati, cronache regionali e qualche furbizia letteraria.
Di Scanello non sappiamo quasi nulla della nascita o della morte. Sappiamo però quando lavorò: tra il 1562 e il 1577. Nel 1562 pubblica a Fermo le Stanze sopra la morte di Rodomonte, poemetto cavalleresco. Nel 1569 dà alle stampe a Venezia il primo libro dell’Eneide con commento umanistico. Nel 1572 esce a Firenze la Cronica universale dell’antica regione di Toscana. Nel 1574, a Venezia, la Cronica della Marca Trivigiana. E nel 1575 la cronaca pugliese che lo rende oggi più interessante per gli storici del Mezzogiorno.
Il personaggio, però, non nasce nelle biblioteche bensì nelle piazze. Le fonti lo dicono senza troppi complimenti se è vero che gli umanisti del tempo lo ricordavano come famoso “cantimbanco”, oppure veniva annoverato tra gli intrattenitori che vivono di pubblico e di parola. Era proverbiale la sua memoria prodigiosa e la capacità di improvvisare trenta o quaranta ottave su qualsiasi tema.
Insomma: un artista di piazza, non certo un professore in cattedra. Girava l’Italia cantando versi e raccontando storie davanti alle folle, con qualche strambotto, una barzelletta pronta e una buona voce si conquistava ascolto e monete.
Proprio viaggiando gli venne l’idea delle sue cronache. Il Cieco annotava città, tradizioni, nomi di vescovi e signori locali. Nella Cronica di Magna Grecia promette di raccontare “città, castelle, contrade e tempij”, le signorie che le governarono e gli uomini illustri “tanto in arme quanto in lettere”. A Matera, per esempio, annota che gli abitanti sono “amatori di virtù et amici de’ forestieri”. Non è un dettaglio casuale: lo scrive chi ha ricevuto ospitalità.
Ma qui entra il lato più divertente della faccenda. Il Cieco da Forlì non scrive tutto di prima mano. Molte parti delle sue cronache derivano da altre opere come la celebre Descrittione di tutta l’Italia di Leandro Alberti, pubblicata nel 1550. Lo scoprì con pazienza lo studioso Ludovico Pepe, che nel 1892 dedicò al personaggio un intero saggio. Pepe osservò con ironia che il nostro autore non riassume davvero la fonte: “non compendia, ma smozzica”. E soprattutto, aggiunge, “è evidente il proposito di nascondere il plagio”.
Il risultato è un testo curioso. Accanto alle parti copiate compaiono notizie raccolte sul posto, leggende locali e qualche fantasia. Le origini delle città spesso diventano storie mitologiche con eroi greci e compagni di Diomede. A Modugno il nome deriverebbe addirittura da una scrofa che partorì molti porci nel luogo dove sorse la città. Pepe commenta secco: facile immaginare che simili etimologie nascessero dall’ingegno di qualche dotto locale.
Eppure il Cieco non è soltanto un imitatore. È un viaggiatore vero. Le sue pagine citano persone viventi, poeti locali, predicatori celebri. Questo dimostra che passò davvero da quelle città e soprattutto dimostra che sapeva ascoltare.
Ecco per così dire la chiave del personaggio: il Cieco da Forlì non è uno storico rigoroso. Certo, finora è stato anche qui descritto in modo ironico quale cialtrone da piazza, ciarlatano, affabulatore, un dulcamara che toccava villaggi perduti nello spazio e nel tempo. Lo si reputi, invece, un artista di un’arte perduta e gassosa, l’improvvisazione mescolata al sapere antico degli aedi che tessevano versi di poemi omerici. Forse è appunto il suo essere un Omero rinascimentale che lo ha reso “cieco” come l’antico cantore di Iliade e Odissea. Osservatore e collezionista compulsivo di storie, raccoglieva tutto e, un po’ come fa l’intelligenza artificiale, rielaborava non senza qualche imprecisione, rimasticava copiando e interpretando, aggiungendo voci di popolo al rigore dei dotti. Un cronista ambulante: vien da pensare simpatico, alla mano, chiassoso alla bisogna e carismatico.
Ciò che è chiaro, al di là delle velleità letterarie, è però che si ha a che fare con un forlivese in viaggio. Non un grande autore, dunque, un uomo tuttavia capace di trasformare l’ingegno in lavoro. Cantava, scriveva, adattava, sapeva arrangiarsi e certamente gli piaceva il suo mestiere fuori dagli schemi. E portava il nome di Forlì attraverso l’Italia del Rinascimento. La sua città dovrebbe ricordarlo, studiarlo, approfondirlo; la sua schiatta, gli Scanelli di Forlì, si è estinta all’alba del Novecento. L’eredità, dunque, è passata ai forlivesi.
Questa vita sfumata, irrequieta, irregolare racconta qualcosa di vero su questo lembo di Romagna, terra che ha saputo generare anche uomini svelti, curiosi, e pronti a cavarsela ovunque. Cristoforo Scanello, detto il Cieco da Forlì, appartiene a questa specie. E forse proprio per questo, a distanza di secoli, continua a far sorridere gli storici.

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