Il primo ritratto di Caterina

Nel 1497 Iacopo Filippo Foresti incide il volto di Caterina Sforza: potere, sangue freddo e dominio prima della leggenda

Caterina allo specchio. Quello inciso nel 1497, dove la contessa di Forlì appare a mezzo busto, il capo velato, un’asta nella mano, e alle spalle una città fortificata arroccata su un monte, con un fiume e un ponte nella valle. È un’immagine netta, essenziale, un profilo da medaglia dove la donna coincide con il suo dominio. Prima delle frasi tramandate con gusto teatrale, prima delle dicerie ripetute come verità acquisite, questo è forse il primo volto pubblico della “Tigre di Forlì”. 

L’autore, Iacopo Filippo Foresti, nato nel 1434 in provincia di Bergamo, era entrato nel 1451 nell’ordine degli eremiti di Sant’Agostino, per il quale ordine fu priore a Imola nel 1494 e a Forlì nel 1496, poi a Bergamo dove fondò nel proprio monastero una delle biblioteche più ricche dell’epoca. La sua morte è attestata al 1520. È ricordato soprattutto per il Supplementum chronicarum, una cronologia universale che tenta di fondere i racconti parziali degli storici in un unico excursus dalla Creazione fino agli anni in cui scrive; ma parallelamente lavora al De plurimis claris selectisque mulieribus, pubblicato nel 1497, con l’intento di restituire al sesso femminile una propria dignità storica. 

E nel catalogo c’è di tutto: signore gentili e pie, virago virtuose, anime peccatrici. Lo scopo è offrire alle dame di alto rango, spesso poco istruite in materia di storia, esempi da lodare e imitare, ma anche figure da evitare. Vero è che fra le trenta biografie dedicate alle donne del suo tempo, quella di Caterina Sforza è forse la più significativa perché costituisce una testimonianza diretta, redatta in prima persona senza intermediari. Una vedova decorosa e sovrana, certo, le cui gesta risuonavano nell’orbe conosciuto. 

Tra esse, come detto, spunta Catherina Forolivij et Imolae comitissa: una sezione di poche carte scritte in un Latino a caratteri gotico-umanistici corredata da una sua immagine di profilo, la stessa che sarà poi ripresa dal Vasari quando ritrarrà la Tigre in Palazzo Vecchio. Sembra un album di figurine di donne con brevi descrizioni arricchite da arricciati capolettera graziosi e incisioni di profilo nitide: Caterina “in regno Forolivii et Imolae successit” dal momento che “marito suo Hieronymo” fu “turpiter obtruncato” in quel di “Forolivio”. 

Foresti dunque apre il profilo non dall’infanzia ma dalla crisi: l’assassinio di Girolamo Riario, il vuoto di potere, la giovane madre circondata dai rivoltosi. La vulnerabilità iniziale prepara il rovesciamento; subito emergono sangue freddo, strategia, capacità di comando diretto, uso misurato della forza. Non insiste sugli episodi più scandalosi né sulle provocazioni che la tradizione avrebbe poi amplificato; anche le vendette sono ricondotte all’esercizio della giustizia sovrana. Non cancella i tratti femminili (bellezza, maternità, cura dei figli) ma li affianca a qualità politiche e militari che la cultura del tempo attribuiva agli uomini. E qui emerge lo stupore dell’autore, dapprima mascherato in perplessità: come può una donna così piena di femminilità e di bellezza essere al contempo pure tanto virile?

La paragona, per esempio, a Giovanna d’Arco: giovane pulzella capace di intervenire in una crisi armata: l’autorità di Caterina è laica, aristocratica, fondata su competenza e calcolo. E tuttavia restano poche righe, molte omissioni (degne di una donna sfuggente con giudizio storico controverso), nessuna conclusione: un ritratto rapido, inciso come l’immagine che lo accompagna. Proprio in questa misura contenuta si coglie la forza della testimonianza: una donna ancora in azione, fissata senza enfasi mentre esercita il potere. E lei, Caterina Sforza, leggenda vivente, si prestava e forse si presta a fungere da paradigma: dove le donne hanno potuto governare, lo hanno fanno come e qualche volta meglio degli uomini. Per riconoscerla, più che inseguire il mito, basta tornare a quello specchio di carta e alla prosa asciutta di un suo contemporaneo.



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