Febbraio 1910: i sabbioni invadono la piazza e l’Arciveglionissimo finisce in fiasco. Un Carnevale “artico” illumina la città romagnola
Il 13 febbraio, nel 1910, era domenica. Sappiamo che a Forlì il tempo era “sereno e nuvoloso, con vento freddo” mentre “il termometro esterno segna +3°, poi sale a +4°”. I più attenti alle vicende storiche forlivesi hanno già capito che chi dà queste informazioni è il conte Filippo Guarini nel suo prezioso “Diario”. Si apre così la pagina su una fredda prima domenica di Quaresima, con tracce evidenti di Carnevale appena trascorso ma che ancora vuole prendersi la scena. Nel pomeriggio, infatti, “sebbene l’aria sia pungente, e cada a momenti qualche goccia, vi è moltissima gente in giro”. Lo spettacolo, infatti, è gratuito: “Tre o quattro carri di maschere molto contadineschi, e un certo numero di maschere a piedi, che diremmo sabbioni seppelliscono il carnevale”.
Con tale termine caduto nell’oblio, nel linguaggio popolare i sabbioni erano maschere locali grossolane, improvvisate, spesso vestite di stracci o abiti dimessi, talvolta imbrattate o infagottate in modo caricaturale. Non l’eleganza veneziana, non la raffinatezza del costume teatrale: piuttosto figure popolari, rumorose, un po’ sguaiate, che incarnavano lo spirito più rustico e beffardo del Carnevale.
Il resto della cronaca della domenica racconta una città con un’ampia proposta culturale, una vivacità partecipata e per tutte le tasche: dai cenciosi sabbioni alle mascherine più sofisticate. Così si viene a sapere che al Politeama Novelli “si balla nel giorno e la sera fino alle 2 del mattino; vi è sempre folla, animazione, e gran quantità di maschere”. Nel frattempo, in città “sono aperti tutti i cinematografi”. E, gran rimpianto: il Teatro Comunale dove alle 21 “si apre all’Arciveglionissimo”. Guarini non omette di segnalare che “da giorni” era attaccatto “sul Rialto della Piazza” un “cartellone” che “servì già pel Veglionissimo”, sfruttando quindi il pannello pubblicitario della serata del martedì grasso. Non solo, per lasciare a bocca aperta quei forlivesi già storditi dai bagordi carnascialeschi, ecco accendersi quella domenica al crepuscolo la trovata che ricorda la Forlì che brilla: “sulla ringhiera del Comune si leggevano, a fiammelle di gas, le parole POLO NORD”. S’intuisce che tale fosse il tema dell’Arciveglionissimo, in realtà le temperature artiche non scaldarono i cuori dei forlivesi.
Entrando nel Teatro, si notava infatti una sala “ben illuminata” ma “ornata senza gusto”. Il risultato: “gran mortorio, palchi e biglietti venduti anche a minore prezzo”. Niente da fare, nonostante gli accorgimenti e inviti a buttarsi dentro la festa, la serata è “senza concorso di gente”. I biglietti staccati furono appena 265: “un vero fiasco”.
Eppure, almeno, la serata frutta circa 500 lire alla Società Pro Infanzia. Un magro conforto, pur sempre un bene. Così si chiude quella domenica di oltre un secolo fa: con le maschere contadinesche che “seppelliscono” il Carnevale, con i sabbioni che incarnano l’ultimo sberleffo prima della penitenza quaresimale, con le fiammelle a gas che promettono un impossibile Polo Nord sopra la grande piazza romagnola. Forlì si mostra in tutta la sua doppia anima: popolare e teatrale, entusiasta e disillusa, pronta a ballare fino a notte fonda e subito dopo a contare i biglietti venduti.
E mentre il vento freddo attraversa il centro da qualche anno spalancato e senza mura, nonostante il fiasco dell’Arciveglionissimo, resta l’impressione di una città viva.
A chiudere idealmente quella domenica del 13 febbraio 1910, con la scritta “POLO NORD” tremolante sulla ringhiera del Comune, viene quasi spontaneo un pensiero retrospettivo. Sette anni dopo, nel 1917, a Forlì sarebbe nato Silvio Zavatti, esploratore e studioso delle regioni artiche.
Quel “Polo Nord” evocato per gioco sarebbe diventato per lui una vocazione autentica. E proprio a Forlì, nel 1944, Zavatti fondò l’Istituto Geografico Polare, frutto dei suoi studi e delle sue spedizioni. Ma la città non seppe trattenerlo: l’Istituto migrò altrove, seguendo un destino che spesso accompagna le eccellenze forlivesi. Destino non dissimile da quello di un altro grande cittadino, Pietro Zangheri, naturalista e studioso instancabile, la cui straordinaria raccolta (oggi nota come Museo di Storia Naturale) non trovò adeguato spazio né convinto sostegno tra le mura di una città che dal 1944 ha scelto di non ricostruire il proprio storico Teatro Comunale.
È una linea sottile ma evidente, che attraversa il Novecento forlivese: quella di una comunità capace di generare talenti e donatori generosi, ma i cui amministratori, nel tempo, si sono dimostrati spesso freddi, quasi più freddi di quel “Polo Nord” acceso a gas nel 1910, e talvolta ingrati verso i propri grandi cittadini.

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