Forlì tra due Papi e la sede vacante: orgoglio, gloria e milizie cittadine nel marzo del 1605
Nel marzo del 1605 la morte di Clemente VIII aprì una nuova vacanza della Sede Apostolica.
Per lo Stato della Chiesa, e per le sue città di provincia, non era solo un fatto religioso: era un momento politico delicatissimo, sospeso tra incertezza e attesa.
Forlì, città di antica tradizione comunale ma ormai inserita stabilmente nell’orbita pontificia, reagì come spesso accadeva nei tempi di interregno: organizzando la propria sicurezza e, insieme, mettendo in scena la propria identità civica.
Ogni sera un quartiere diverso assumeva la guardia della piazza e del Palazzo pubblico e ben presto entrarono in gara tra loro. In particolare, come precisa Sigismondo Marchesi “s’esercitavano con rappresentazioni militari sempre nuove, inventandosi diverse ordinanze nel comparire alla piazza, e formando in essa varie sorti d’abbattimenti” e ciò “fino alla settimana di Passione, senza che mai nascesse disturbo alcuno”. Non si trattava, dunque, di un semplice servizio d’ordine. L’ingresso in servizio avveniva con solennità: schiere ordinate, insegne spiegate, esercizi militari mirifici: nella grande piazza in cui ancora al centro si stagliava la Crocetta (il tempietto costruito in seguito al Sanguinoso mucchio) si susseguivano finte battaglie, nuove ordinanze, manovre coreografiche.
Era, insieme, addestramento e spettacolo.
La cronaca insiste su un punto: nonostante la competizione accesa, non nacquero disordini, cosa bizzarra in una città litigiosa e vendicativa come la Forlì del tempo. I rancori privati, che pure esistevano, venivano composti con accordi e “depositi” di garanzia. Prevaleva un sentimento più forte: l’amore della gloria nei petti dei forlivesi, quando potevano impiegare il loro valore in qualcosa di pubblico e visibile.
In quelle esercitazioni non c’era soltanto gioco militare. C’era l’orgoglio di una città che, pur sotto il dominio pontificio, manteneva viva la propria fierezza civica. L’ordine pubblico durante la vacanza papale diventava occasione di rappresentazione politica.
Le esercitazioni cessarono quando giunse la notizia dell’elezione di Leone XI, al secolo Alessandro de’ Medici, avvenuta il 2 aprile 1605.
La sua ascesa al pontificato suscitò grandi speranze. Lo Stato ecclesiastico era gravato da imposte pesanti, imposte dal predecessore per sostenere l’imperatore Rodolfo II nella guerra contro l’Impero Ottomano. Si diceva che il nuovo pontefice fosse intenzionato a sgravare i sudditi.
Secondo la cronaca, a persuaderlo sarebbe stato il cardinale Antonio Maria Galli, legato pontificio in Romagna: segno che anche le province potevano incidere sugli orientamenti della corte romana.
Per città come Forlì, queste non erano questioni astratte. Le imposte pontificie pesavano sulle economie locali, sui commerci, sui ceti produttivi. Una riduzione fiscale avrebbe significato respiro, stabilità, forse nuovo slancio.
Leone XI morì dopo soli ventisette giorni di pontificato. Il cronista annota con tono amaro che “non fu degno il mondo di un tal governo”. È una frase che rivela non solo delusione, ma la percezione di un’occasione perduta.
Dopo pochissimi giorni fu eletto Paolo V, il cardinale Camillo Borghese. Con lui si aprì una stagione diversa, più lunga e politicamente solida, ma meno segnata da quelle immediate promesse di alleggerimento fiscale che avevano acceso le speranze.
In quel momento di transizione, Forlì si dimostrò una comunità che, nel vuoto di potere temporaneo, si stringe attorno ai propri quartieri, alla propria grande piazza. Le finte battaglie di Forlì non furono soltanto esercizi di milizia urbana, furono invece un modo per disciplinare l’energia civica, per prevenire disordini, per trasformare rivalità potenziali in competizione regolata. In altre parole: per governarsi. Nel cuore dello Stato pontificio, una città romagnola mostrava ancora il tratto tipico delle antiche comunità italiane: la capacità di fare ordine da sé, di esibire il proprio valore e di dare forma pubblica al proprio orgoglio.
Poi la grande politica tornava a Roma, con i suoi equilibri, le sue guerre contro il Turco, le sue finanze.
Ma per alcune settimane, nella piazza di Forlì, la storia universale si era intrecciata con la storia minuta di una città che non voleva essere semplice spettatrice degli eventi.

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