Soldati perugini, tumulti e controllo della forza nella Forlì dei primi anni del Seicento
All’inizio della vicenda Forlì si trova a vivere una situazione esplosiva: l’arrivo in città di tre compagnie di soldati perugini, mal disciplinati e protetti dall’alto, incrina rapidamente l’equilibrio civile. Si tratta di compagnie di fanteria mercenaria, reclutate nel territorio perugino e stipendiate dallo Stato della Chiesa, secondo una pratica comunissima tra Cinque e Seicento.
La presenza di quelle compagnie a Forlì non era casuale. La città romagnola, nei primi anni del Seicento, era considerata un luogo difficile da governare, orgoglioso, poco incline a subire imposizioni e per questo guardato con sospetto da Roma. In un contesto segnato da tensioni politiche più ampie, che culmineranno negli accordi tra la Chiesa e Venezia, Forlì rappresentava un punto sensibile dello Stato Pontificio. La scelta fu quella consueta: non affidarsi ai cittadini, ma imporre una forza armata forestiera. Le autorità ritenevano che truppe senza legami locali fossero più obbedienti e meno permeabili alle simpatie cittadine. Questa soluzione, sulla carta rassicurante, si rivelò presto disastrosa.
Dal 25 febbraio 1607, i militari guidati da Cesare Scotti, Leandro Rossi e Francesco Anastasi, vengono alloggiati a forza in conventi, osterie e abitazioni private, suscitando sin dai primi giorni il malcontento della popolazione. Sigismondo Marchesi, nella sua cronaca, precisa: la prima compagnia s'acquartierò “ne' Conventi di S. Domenico, e S. Agostino”, la seconda “nell'hosteria della Campana in piazza con alcune case contigue”. Dette case “furono forzate cederle i proprij padroni, havendo ricusata l'habitatione nel Convento di S. Girolamo, nel quale alloggiò poi la terza compagnia”.
L’origine geografica delle truppe non era un dettaglio secondario. Al contrario, era spesso decisiva: i soldati tendevano a riconoscersi come gruppo compatto, a sostenersi tra conterranei, e soprattutto a sentirsi protetti quando i loro superiori provenivano dalla stessa terra. Ed è proprio questo il nodo della vicenda forlivese. Governatore della città è anch’egli perugino, monsignor Malatesta Baglioni, che mostra apertamente il proprio favore verso i soldati suoi compatrioti che “vivevano con gran baldanza”. I forlivesi assistono così a una gestione arrogante delle truppe, sostenute dall’autorità e libere di agire senza freni. Come osserva la cronaca, il governatore mostrò “partialissimo favore de’ suoi paesani, senza punto guardarsi di disgustare questo popolo”.
A rendere i soldati sempre più odiosi non sono solo le violenze e gli abusi quotidiani, ma anche il loro palese disprezzo per le norme religiose, mangiando carne in pubblico durante la Quaresima, “come tanti Luterani”. Le lamentele si moltiplicano, l’ostilità cresce di giorno in giorno, finché la tensione diventa insostenibile.
L’esplosione avviene per un episodio minimo, eppur carico di significato: “Un soldato diede di proposito un calcio a una piccola piastra che sbalzando andò à colpire in una gamba un Cittadino, che gli era innanzi, il quale rivoltatosi rimproverò risentitamente il soldato”. In lingua corrente: la moneta gettata con noncuranza da un armato colpì la gamba di un forlivese. Il soldato, rimproverato, estrae la spada. Altri soldati lo imitano; anche i cittadini reagiscono. Al Cantone del Gallo, verso la strada dei Cavalieri, (cioè tra corso Mazzini, piazza Saffi e via delle Torri) scoppia una violenta mischia.
I soldati cercano di attirare i cittadini verso il proprio quartiere in piazza, con l’intento di chiuderli in trappola. Ma accade l’opposto: i forlivesi accorrono in massa, stringono i militari e ne uccidono molti in piena piazza. La campana suona a raccolta, il popolo si solleva, e la situazione rischia di degenerare irreversibilmente.
Il capitano della compagnia in piazza, resosi conto dell’enormità della folla e del pericolo, sceglie di non uscire dal quartiere. Al tempo stesso, un’altra compagnia, acquartierata a San Girolamo, si muove in armi per raggiungere la piazza. A evitare una nuova strage è l’intervento decisivo del colonnello Pompeo Mattei, cittadino di grande autorità, che convince il capitano a ritirarsi: se avesse proseguito, “tutta la sua gente li sarebbe stata tagliata à pezzi dalla furia del popolo”.
L’odio però non si spenge. Il luogotenente del governatore, vedendo con i propri occhi i soldati perugini uccisi, pensa alla vendetta. Il sabato successivo tenta di provocare un nuovo tumulto, facendo piazzare feritori (provocatori armati) nei pressi del quartiere militare e simulando una rissa “nella strada detta delle Pecore, che sbocca nella piazza all'angolo di Mozzapé” tra soldati, per attirare i cittadini e colpirli.
Il piano fallisce: i forlivesi capiscono che si tratta di una messinscena e non accorrono. Il pericolo, però, è ormai evidente. Il Magistrato dei Conservatori, prevedendo conseguenze gravissime, decide di intervenire sul piano politico.
Vengono inviati ambasciatori dal cardinale Bonifazio Caetani. Essi denunciano l’imminente pericolo: l’odio crescente, il fatto che le compagnie siano state rifornite di armi e polvere, e l’evidente appoggio del governatore perugino a un possibile regolamento di conti con la città. Il cardinale inizialmente minimizza, affermando: “Voi Forliuesi, per quanto vedo, mostrate d’hauere una gran paura”.
Ma la risposta degli ambasciatori è ferma e significativa: Forlì non teme i soldati, bensì l’autorità superiore. Se non fosse per il rispetto verso la Santa Chiesa, i cittadini saprebbero difendersi da soli. Proprio per evitare uno scontro irreparabile, chiedono che le compagnie siano allontanate dalla città.
Alla fine il legato Bonifazio Caetani, riparato a Bertinoro, comprende la gravità della situazione e decide di intervenire, pur lasciando cadere una frase minacciosa: “Li leuerò, mà in quella vece vi darò tanti Dragoni, e Basilischi”. Gli ambasciatori di Forlì, davanti a questo tuono, chinano la testa sogghignando: “Siano pur Diavoli d’Inferno, che non faranno mai così essi, e verranno dalla Città accarezzati”.
I perugini vengono effettivamente rimossi e sostituiti da “due compagnie di fanteria e una di cavalleria”, accolte con grande favore dai forlivesi. Il cambiamento è netto: i nuovi soldati, colpiti dall’atteggiamento della popolazione, iniziano a lodare ovunque “le cortesie de’ Forliuesi”.
Da questa esperienza le autorità superiori traggono una lezione fondamentale: Forlì è una città fiera e orgogliosa, che può essere governata con la moderazione e il rispetto, non con la violenza. Come osserva il cronista: “con un filo di seta d’amoreuolezza facilmente si sarebbe tenuta à freno, mà con la rigidezza, e violenza non sarebbe bastata qualsisia gran catena”.
Nel frattempo vengono smontate anche le calunnie del luogotenente: le indagini dimostrano che i magistrati cittadini non avevano alcuna responsabilità né nell’adunata armata né nei disordini.
I cittadini di Forlì mandano a trattare il dottore Alessandro Padovani, nella veste di “Capo de' Conservatori” che rimprovera il luogotenente, dicendogli che tutto questo quarantotto non era stato causato dai forlivesi, ma dai soldati e se non avesse messo a posto la situazione ne sarebbe stato responsabile.Il tentativo di vendetta politica fallisce completamente, e lo stesso luogotenente, messo di fronte alle proprie manovre, resta “quasi tramortito di paura”.
La vicenda si chiude definitivamente quando, raggiunto un accordo tra la Chiesa e Venezia grazie all’opera del cardinale di Gioiosa, le milizie assoldate vengono congedate: “Restò poi finalmente del tutto libera la Città”.
Un episodio che mostra con chiarezza come, nella Forlì di primo Seicento, l’ordine pubblico fosse il fragile risultato di politica, fedeltà religiosa e orgoglio civico, e come bastasse poco (un gesto arrogante, una moneta lanciata con disprezzo) per portare una città sull’orlo della rovina.

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