Miracolo in diretta

Il prodigio del 4 febbraio e la misteriosa colonna di fuoco del 3 marzo secondo la testimonianza di Giovanni di Mastro Pedrino


Quando si parla della Madonna del Fuoco, Forlì non ricorda soltanto un evento prodigioso, ma uno dei rari casi in cui un miracolo sembra svolgersi quasi “in diretta”, sotto gli occhi di un’intera comunità e con una testimonianza scritta coeva, puntuale e circostanziata. A raccontarcelo è Giovanni di Mastro Pedrino, autore della Cronaca in lingua forlivese del tempo, una figura profondamente inserita nella vita cittadina del primo Quattrocento. 

Giovanni di Mastro Pedrino, ossia Giovanni Merlini, era figlio di un Pedrino che aveva una bottega di pittore; seguendo l’esempio del padre, anche Giovanni si dedicò a questa professione, aprendo una bottega propria, e la sua formazione figurativa non è un dato marginale dal momento che traspare chiaramente nel modo in cui osserva, descrive e fissa sulla pagina gli eventi straordinari. Della sua attività di pittore poco è giunto fino a noi, ma quel poco è altamente significativo: una lunetta raffigurante il miracolo della Madonna del Fuoco, conservata nel Duomo di Forlì, attribuita allo stesso Giovanni e caratterizzata da uno stile tardogotico, che traduce in immagini ciò che la cronaca racconta con le parole e che restituisce l’iconografia più antica dell’immagine mariana, quella stessa immagine su carta dipinta che, secondo il racconto, rimase intatta tra le fiamme. Accanto alla professione artistica, Giovanni partecipò attivamente alla vita pubblica della città, ricoprendo incarichi di rilievo: fu membro del Consiglio dei Quaranta, più volte Anziano e partecipò a diverse balìe incaricate di raccolte straordinarie di denaro; nel 1457 compare anche tra gli amministratori straordinari dei beni dell’Abbazia di San Mercuriale, nell’attesa dell’elezione del nuovo abate. Appartenne inoltre alla confraternita dei Battuti Bigi, alla quale pare fosse legata anche la sua famiglia, segno di un radicamento religioso e sociale profondo. È tuttavia come storico e cronista che Giovanni di Mastro Pedrino ha lasciato l’eredità più duratura: la “Cronica del suo tempo”, importante opera storiografica dedicata non solo alla città di Forlì ma ai fatti accaduti negli anni compresi tra il 1411 e il 1464 in Romagna, Toscana e Ducato di Milano. La “Cronica” conobbe un largo successo, sia per l’ampiezza dell’orizzonte degli avvenimenti trattati, sia per la felice organizzazione del materiale, ma soprattutto per uno stile asciutto, concreto, lontano da ogni retorica, che restituisce al lettore moderno la sensazione di trovarsi davanti a un racconto di testimone o di immediata raccolta di testimonianze. 

Proprio fra queste pagine egli colloca, all’anno 1428, l’episodio destinato a segnare in modo indelebile la storia religiosa e civile di Forlì, introducendolo con parole che ancora oggi colpiscono per forza visiva e semplicità narrativa: “Como arse una caxa e romaxe per miracolo una carta depinta la qual fo veduda tuta la notte in mezo al fuogo”. Così, in modo asciutto e meravigliato, riporta il fatto: 

IIII del ditto mexe, la notte venando la festa de santa Agata, e non ne romaxe altro che le mura e una carta con alcuna figura e nostra Donna in mezzo. E perchè parve grande miracolo fo tolta dai calonixe de Santa Croxe e porta in Santa Croxe con reve(re)nçia: e questa fa assa(e) miraculi”.  

La casa bruciò completamente, ne rimasero soltanto i muri, ma nel cuore dell’incendio rimase intatta una fragile immagine su carta raffigurante la Madonna, visibile per tutta la notte in mezzo al fuoco; proprio la povertà del supporto, così facilmente consumabile, rende il prodigio ancora più impressionante agli occhi dei contemporanei. L’immagine venne poi tolta dai canonici di Santa Croce e portata solennemente in Duomo, dove iniziò immediatamente a essere oggetto di venerazione e di attribuzione di nuovi miracoli. Non aggiunge altro, pare rimasto a bocca aperta e maggiori certezze su quanto accaduto arriveranno poi. 
Alla base della lunetta da lui dipinta, raffigurante la scena in modo per così dire fotografico, volle riassumere, precisare: 

E fò nel 1428 a dì 4 febraro. Qui se demostra como per vertù de Nostra Donna broxando questa casa non ghe remase altro che la sua figura in una carta imbrocada in un’asse e la quale è in questa cappella e fa molti mirachuli".

A rendere il racconto ancora più suggestivo è un fatto curioso e meno noto. Giovanni lo registra con la stessa sobrietà nel paragrafo successivo: il 3 marzo dello stesso anno “a ore una e ½ de notte”, molte persone degne di fede affermarono di aver visto sopra Forlì una gigantesca fiamma, simile a una torre o a una “colona” di fuoco sospesa nell’aria, osservata da luoghi diversi, dai monti e dalla pianura, tanto che alcuni pensarono che la città fosse di nuovo distrutta da un incendio; un evento che, nel clima spirituale del tempo, non poté che essere letto come un segno ulteriore e che contribuì a fissare nella memoria collettiva il carattere eccezionale di quei giorni. Il tema, realizzato secoli dopo, della colonna della Madonna del Fuoco sembra nascere qui, da tale episodio strano e poco conosciuto. 

Giovanni di Mastro Pedrino morì a Forlì nel 1465; a lui è oggi dedicata una strada del centro storico, indicata però erroneamente come “via Mastro Pedrino”, che in realtà rimanda più al padre che al cronista. Alla vigilia della festa della Madonna del Fuoco, Patrona di Forlì, tornare alle parole e alle immagini del cronista significa riscoprire lo stupore originario di una città che, secoli fa, vide bruciare un edificio e salvarsi un’immagine, vide il fuoco levarsi nel cielo come una colonna, e decise di riconoscere in quei fatti non solo una memoria del passato, ma un segno fondativo della propria identità.

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