Girolamo Fiocchi, un frate, una cronaca e una città nel 1426 tra esecuzioni, cambi di governo e suggestioni celesti
Nel Chronicon Foroliviense il 1426 non è un anno come gli altri. È uno di quelli in cui la cronaca, solitamente scarna, sembra addensarsi di colpo, come se la città stessa imponesse al cronista di prendere nota. Girolamo Fiocchi, frate domenicano ormai anziano, registra senza enfasi ma con impressionante precisione una sequenza di eventi che restituiscono il clima inquieto della Forlì di sei secoli fa.
Il 16 gennaio, in piazza, sette uomini di Castrocaro vengono impiccati “quarta hora noctis”. La giustizia è rapida, esemplare, spettacolare. L’episodio è narrato in poche righe, senza indulgere nell’emotività.
In seguito entra in scena l’autorità ecclesiastica. Giunge a Forlì come legato pontificio Domenico Capranica, e il Chronicon registra una serie di provvedimenti di durezza inconsueta: nessun religioso può entrare in monasteri femminili o ascoltare confessioni fuori dalla propria parrocchia senza licenza; per i trasgressori sono previste pene gravi. Viene citata la novità della gabbia di ferro collocata “in muro domus potestatis, qui respicit ad plateam”, cioè sulla facciata del palazzo del Podestà, in piazza. È uno dei rari passaggi in cui, pur restando fedele al suo stile asciutto, Girolamo lascia trapelare una tensione evidente: il rigore appare eccessivo, quasi una forzatura, e l’equilibrio cittadino ne risulta incrinato.
La cronaca non dimentica di alzare lo sguardo. Sopra Forlì, il 25 settembre, compaiono due arcobaleni “quasi supra medium civitatis”, uno maggiore e uno minore, visibili al tramonto per almeno un’ora. Un paio di settimane prima, una pioggia torrenziale aveva devastato “cum grandine copiosa” vigne, alberi e raccolti. Girolamo non interpreta, non azzarda letture simboliche: registra. Ma l’accostamento di esecuzioni, decreti e segni celesti parla da sé. È la sensibilità medievale che affiora, quella per cui il disordine degli uomini e quello della natura non sono mai del tutto separati.
A dicembre arriva l’ennesimo cambio di governo. Il 15 entra in carica come podestà Francesco degli Alberti, da Firenze. La notizia è secca, quasi stanca: il lettore avverte il peso di una città che cambia autorità con una frequenza che non promette stabilità.
Ma ora si faccia un passo indietro: chi è questo Girolamo Fiocchi? La risposta è pronta: Fiocchi, ossia Fra Girolamo da Forlì, è probabilmente il più antico cronista della città.
Costui, Frater Hieronymus de Forlivio, vive a lungo, osserva molto e sente il bisogno di conservare memoria di ciò che accade. Nato intorno al 1347, entra giovane nell’Ordine dei Predicatori e trascorre tutta la vita a Forlì, dove insegna teologia, celebra, predica e invecchia.
Quando inizia a scrivere il Chronicon è già un uomo anziano. Lo sappiamo perché egli stesso dissemina nel testo dati autobiografici, e perché la cronaca si arresta lasciando fogli successivi intestati al solo millesimo. È una scrittura in presa diretta, non un’opera ricostruita a distanza: una memoria che si costruisce giorno dopo giorno, finché la mano regge.
Il Chronicon Foroliviense copre gli anni dal 1397 al 1438. Cioè dalla morte del Beato Marcolino al rientro di Antonio Ordelaffi in Forlì. Il tutto è un testo laconico, talvolta frammentario, con spazi bianchi volutamente lasciati, segno di un’opera pensata come aperta. Girolamo scrive ciò che ha visto e ciò che ha udito “a viva voce”; non compila altre fonti, non abbellisce, non rielabora. Proprio per questo, come osservava Adamo Pasini, il Chronicon è l’unico testimone diretto di molti fatti forlivesi dei primi anni del Quattrocento.
Girolamo non è neutrale, e non pretende di esserlo. Giudica, talvolta con asprezza; altre volte tace. Ha parole dure per alcuni governanti, benevole per altri; si lascia trascinare dallo spirito di parte, ma senza mai trasformare la cronaca in invettiva. Non costruisce un disegno provvidenziale, non spiega il senso degli eventi: li lascia parlare. Il suo scritto non rimane chiuso nel convento, anzi, viene conosciuto dagli storici forlivesi già nel Quattrocento, utilizzato, citato, rielaborato. La sua influenza (probabilmente più ampia di quanto oggi possiamo misurare) contribuisce a formare quella vivace tradizione di cronisti cittadini che fa del XV secolo un momento particolarmente fecondo per la storiografia locale.
La pubblicazione del Chronicon nei Rerum Italicarum Scriptores da parte di Ludovico Antonio Muratori chiude definitivamente la questione dell’attribuzione. L’autore è un frate domenicano forlivese, distinto senza ambiguità dal bolognese Girolamo Borselli. Le confusioni della tradizione erudita si dissolvono davanti ai dati del testo: epoca, prospettiva cittadina, contenuti parlano con chiarezza. Da quel momento, il Chronicon Foroliviense può essere letto per ciò che è davvero: non una cronaca “minore”, ma una voce diretta, che attraversa quarant’anni di storia cittadina senza mai smarrire il contatto con il vissuto quotidiano.

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