Il sogno alato di Funtanaza

Nel 1911 i tentativi di volare di un aereo pionieristico tutto forlivese costruito in Borgo Schiavonia

All’inizio del Novecento, mentre il mondo guardava con stupore alle imprese dei fratelli Wright e ai primi voli europei, anche Forlì coltivava un sogno ambizioso: alzarsi da terra. Un sogno fatto di legno, tela, ingegno e ostinazione, che prese forma in un aeroplano battezzato con orgoglio “Il Forlivese”. A proposito di museo del volo, questa è una storia che occorre ricordare. 

Il 30 giugno 1911, nel “Diario”, Filippo Guarini scriveva: “I giovani Alighiero Fabbri e Agenore Gamberini, entrambi di Forlì, hanno pressoché ultimato un aeroplano tipo Blériot con alcune modificazioni di loro invenzione”. Accanto a loro operava, fin dall’anno precedente, anche Attilio Canali, figura oggi meno ricordata ma parte integrante di quell’avventura. I mezzi erano limitati, le difficoltà enormi: mancavano fondi, autorizzazioni, e soprattutto un motore davvero adeguato. Il progetto andò avanti grazie a sottoscrizioni private e al sostegno di alcuni notabili cittadini, in un clima di curiosità mista a scetticismo. “Essi lavoravano – annota Guarini - in un vasto camerone del fabbricato annesso al palazzo del conte Antonio Gaddi nel Borgo Schiavonia, fabbricato che serve da uso stalla e di rimessa. Si è promossa una sottoscrizione per sopperire alle ingenti spesa e finora con circa 500 lire. Il Comune si è sottoscritto per lire 300 e la Provincia pure per lire 300”. I lavori proseguirono se ancora il 19 settembre dello stesso 1911, Guarini annota: “In un elegante hangar costruito in Piazza d’Armi e che da alcune settimane occulta il lavoro di preparazione, i giovani Fabbri e Gamberini hanno quasi ultimato l’aeroplano battezzato Il Forlivese. Mancano ancora loro dei denari e i documenti necessari pel permesso di volare, sebbene come specialisti del Genio Militare abbiano preso parte a numerose ascensioni. A superare queste ultime difficoltà legali attendono ora i loro mecenati Ercole Gaddi e Antonio Beltramelli, onde si spera che preso avverrà il volo”. 

Dall’officina improvvisata di palazzo Gaddi alla piazza d’Armi, cioè all’incirca l’area oggi occupata dallo stadio, il velivolo venne portato più volte per tentare il decollo. Guarini non lo dice, ma si sa che “Il Forlivese” stentò balzi a breve altezza. Ogni tentativo comportava modifiche, sacrifici, spese aggiuntive. Ma la potenza insufficiente del motore impedì di raggiungere un vero volo sostenuto. Alla fine, l’aeroplano rimase confinato nell’hangar, diventando simbolo di un sogno non compiuto ma non per questo inutile.

Col tempo, l’ironia prese il posto dell’entusiasmo. In città si diffuse un detto destinato a durare decenni: “È come l’aeroplano di Funtanaza: corre, corre e non si alza mai.” Un’espressione amara, usata per indicare ogni iniziativa destinata al fallimento. Eppure, dietro quella battuta, si nascondeva qualcosa di più profondo: la paura del nuovo, l’incomprensione verso chi provava a spingersi oltre i limiti del possibile, e Funtanaza, ossia Alighiero Fabbri, era uno di questi pionieri. Egli non fu solo l’uomo dell’aeroplano “che non volò”. Continuò la sua carriera nell’ambito aeronautico e militare, dimostrando che quell’esperienza forlivese non era stata un capriccio, ma una vera palestra di competenze.

La storia del “Forlivese” non è quella di un fallimento, ma di un primo passo. In un’epoca in cui l’aviazione era agli albori, Forlì ebbe il coraggio di provarci. Non ci riuscì fino in fondo, ma contribuì a creare una cultura tecnica e una mentalità che avrebbero trovato spazio negli anni successivi. Per questo, più che sorridere di “Funtanaza”, oggi vale la pena ricordare quei giovani come pionieri: uomini che, prima ancora di volare, seppero guardare il cielo con ambizione.

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