Successi e paure del tenore forlivese Angelo Masini tra le pagine di una rivista del 1882
Le biografie degli artisti lirici dell’Ottocento sono spesso costruite a posteriori, levigate dal successo e ripulite dalle incertezze. Fa eccezione il profilo che “La Musica Popolare” dedica ad Angelo Masini nel maggio del 1882: un testo che conserva il tono della cronaca e, proprio per questo, restituisce un’immagine più vera del tenore forlivese. Nel ricorrere di un secolo dalla morte del tenore forlivese, si riscoprono le testimonianze del suo tempo: le pagine coeve restituiscono la misura reale di un artista che seppe imporsi sulle scene europee senza mai recidere il legame con la sua terra. Quando l’articolo firmato “V. Valle” viene pubblicato a Milano su questo “giornale ebdomadario illustrato”, il tenore è sulla soglia dei quarant’anni.
Angelo Masini nasce a Forlì nel 1844, in una famiglia che il giornale definisce senza enfasi “onestissime persone, verso cui però la fortuna non era stata troppo larga”. Non c’è, nelle prime righe, alcuna costruzione mitica dell’infanzia. Al contrario, il giovane Masini è costretto a pensare presto a una professione, perché il peso economico non ricada sui genitori. L’articolo insiste su questo dato materiale, che ritorna più volte come chiave di lettura della sua formazione.
L’unica figura che il giornale riconosce come decisiva è quella di Gilda Minguzzi, maestra di canto a Forlì, che “indovinò quanto di bello eravi racchiuso in quell’ugola”. Per il resto, l’autore è esplicito: “Nessun’altra! Niuno lo consigliò durante la sua giovinezza e lo sostenne attraverso questo misterioso labirinto che si chiama vita”. È un passaggio che colpisce per franchezza. Masini non viene presentato come un allievo modello, né come il prodotto di un sistema educativo. Cresce, scrive il giornale, “abbandonato a sé stesso come il corsiero arabo”. La metafora, tipicamente ottocentesca, dice molto anche sul modo in cui l’epoca percepiva il talento naturale: forza potente, ma potenzialmente indisciplinata.
Coerentemente con questa impostazione, “La Musica Popolare” rifiuta di attribuire a Masini una formazione tecnica rigorosa. L’arte del canto nasce, secondo l’autore, non dallo studio ma dal sentimento: “No, ripetiamo ancora; la sola natura e per lei il cuore, gli fu maestra”. Lo studio, che pure Masini affronta in seguito, ha un ruolo secondario: “potrà perfezionare un artista, ma giammai crearlo”. È una posizione che va letta nel clima polemico del tempo, quando il dibattito tra scuola e natura era tutt’altro che risolto.
Particolarmente significativa è la descrizione dell’esordio in Norma a Finale Emilia. Il giovane cantante, ancora inesperto, è sopraffatto dall’emozione: “preso da timor panico […] si permetteva di saltar a piè pari magari battute intere”. Il dettaglio è raccontato senza malizia, quasi con indulgenza, e serve a ribadire che il successo non fu compromesso: “Ciò non guastò per nulla il fausto successo”. Anni dopo, Masini canterà nei maggiori teatri europei, ma resterà un dato curioso: “il pubblico milanese è il solo che gli faccia paura”.
Nel confronto con altri grandi tenori, l’autore individua con chiarezza la cifra di Masini: “da quello di Masini il tumulto delle passioni”. Non la purezza formale, ma l’intensità emotiva. Non la perfezione accademica, ma il fraseggio che nasce dall’esperienza e dal carattere. Il profilo si chiude con un accenno ai grandi contratti internazionali. Dopo Forlì, Madrid: “applausi di un milione per un contratto che lo impegna a cantare non più di due stagioni”. E l’osservazione finale, lasciata volutamente sospesa, è forse la più moderna: “Un milione… a quanti lettori verrà l’acquolina in bocca!”. Occorre in conclusione precisare che un milione di lire di allora equivale a poco meno di cinque milioni di euro di oggi.

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