Armi proibite a casa del prete

Due episodi forlivesi del 1832 tra cronaca minuta e ordine pubblico: i casi del parroco di Magliano e dei Montanelli


Nel 1832, mentre la Romagna pontificia usciva faticosamente dalle convulsioni dei moti del '31, la questione del possesso delle armi divenne uno dei punti più sensibili del rapporto fra popolazione locale e autorità. Due episodi, apparentemente minori ma ben documentati dalle carte della Polizia provinciale, ci permettono di osservare da vicino il clima di sospetto, paura e controllo che si respirava allora a Forlì e nel suo territorio. Entrambi i casi appaiono più curiosi giacché, sebbene si tratti di vicende piuttosto diverse, riguardano entrambi due sacerdoti. 

La prima storia riguarda don Andrea Prati, parroco di Magliano. In ossequio alla “sovrana disposizione”, egli aveva depositato presso il Comando di Piazza di Forlì una carabina che, come dichiara senza reticenze, da oltre trent’anni teneva “a diffesa della propria casa”. Non si trattava dunque di un’arma nuova o legata a trame politiche recenti, ma di uno strumento di autodifesa domestica, tipico di un mondo rurale dove la sicurezza personale era spesso affidata ai singoli.

Quando però la restituzione dell’arma gli viene rifiutata, il parroco non protesta: perora, implora, chiede che l’Eccellenza competente “si degni di abbassare un ordine” favorevole. La Polizia provinciale, nel suo parere dell’8 marzo 1832, si mostra cauta ma benevola: rivolgendosi quale intermediaria al cardinal legato, dichiara che si tratta di un sacerdote “che ha mai sempre tenuta una esemplare condotta” e ammette di non sentirsi autorizzata a decidere autonomamente. Due giorni dopo, il 10 marzo, arriva il consenso: il “sì” alla restituzione. L’episodio mostra come, in presenza di una figura socialmente irreprensibile e lontana da sospetti politici, l’applicazione delle norme potesse flettersi.

Ben diverso è il secondo caso, qui è coinvolta la famiglia Montanelli e in particolare il giovane Achille. Il 29 agosto 1832 giunge alla Polizia la notizia certa che Achille Montanelli avrebbe nascosto nella propria casa una carabina e una sciabola con fodero, armi che avrebbe poi venduto. Gli si intima di presentarsi per dichiarare se le detenga ancora o, in caso contrario, a chi siano passate, con tanto di formale strigliata per non aver obbedito alle consegne imposte dal governo.

Achille nega tutto, ostinatamente, anche di fronte alla minaccia del carcere. Parallelamente viene interrogato lo zio, don Francesco Montanelli, rettore dei mendicanti. Questi, con quella “candidezza” che la stessa autorità gli riconosce, racconta una storia rivelatrice: le armi erano nella sua abitazione privata. Sì, non nel convento (si tratta del complesso che fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento aveva fronte su via Francesco Nullo, poi colpevolmente atterrato da amministrazioni che poco avevano a cuore le testimonianze della storia religiosa di Forlì) ma proprio nella casa del prete. E vi erano state nascoste da un nipote (a sua insaputa, disse) durante lavori di ristrutturazione. Scopertole per caso, ne era rimasto “grandemente meravigliato e rincresciuto” e aveva ordinato l’immediato allontanamento degli oggetti.

Ma il danno era fatto. Le armi, secondo quanto riferito dai nipoti, erano già state vendute. Don Francesco, pur mostrando indifferenza verso eventuali misure repressive del governo, sente il bisogno di precisare, in un biglietto successivo, accertamenti sulle responsabilità del caso, onde evitare che “il superiore governo” colpisca in modo indiscriminato: “Questa mattina mi sono dimenticato farle conoscere che uno solo de miei nipoti ha avuto mano nel nascondiglio, e vendita di quegli oggetti, come le ho detto, ed è stato il maggiore nominato Achille. Dico ciò perché se mai Roma volesse procedere, non venghino colpiti gl’altri, che ne sono innocenti”. 
Le carte tacciono sulla sorte del giovane Achille. Viene invitato a presentarsi davanti alla Polizia “per dichiarare se le ritiene ancora presso di sé o avendole esitate perché manifesti chi ne è addivenuto il proprietario” con l’auspicio almeno “di redarguirlo come è di dovere per non aver obbedito alla consegna voluta dal superiore governo”. Si sa che costui “ha costantemente negato il possedimento di quelle, nel qual proposito si è voluto mantenere anche dietro le minacce fattegli di porlo in carcere”. Poi, nel fascicolo, più nulla. 

Per comprendere perché simili episodi assumano rilievo proprio a Forlì nel 1832, occorre allargare lo sguardo. La città era stata uno dei centri più attivi nei moti del 1831 e rimaneva sotto stretta osservazione. Nel 1832, il cardinale Albani, legato pontificio, era stato inviato a Forlì per sedare una rivolta guidata da civici e insorti, causando violenti scontri il 21 gennaio con la repressione militare, culminando nel suo ingresso trionfale ma controverso un periodo di forte tensione e rappresaglia nelle Legazioni pontificie. Ne seguono misure applicate con particolare zelo: consegna obbligatoria delle armi, indagini capillari, e comunicazioni continue con Roma. In questo quadro, la presenza di armi in case private non è più tollerata come in passato. Diversamente, un anziano parroco di campagna, con una carabina “storica” e una reputazione intatta, può ancora trovare ascolto.

Commenti