Fausto Andrelini: da Forlì a Parigi, dagli Ordelaffi a Erasmo da Rotterdam. Uno dei tanti campioni della cultura dimenticati dalla città
Fausto Andrelini e Carlo VIII di FranciaQuando si parla di candidatura a “Città della cultura” occorre ricordare una serie di antenati che hanno dato lustro a una città di eruditi e studiosi di caratura europea. Per esempio, giusto attingendo dai prodromi del Rinascimento, il primo campione sarebbe Biondo Flavio, ma è solo uno dei grandi umanisti forlivesi che masticavano conoscenze d’ogni sorta. Qui però si tolga la polvere da un forlivese così definito ne “I lustri antichi e moderni della città di Forlì” del 1757: “Coll’acume della sua mente e colla dispostezza ricevuta dalla natura alle scienze, fece in quelle tanto profitto che rese glorioso, ed immortale il suo nome per tutta Europa”. Ora, se non fosse per la via del noto ospizio nessuno ne ricorderebbe nemmeno il nome, nome che peraltro spesso viene mutato in “Anderlini”.
Moriva a Parigi il 25 febbraio 1518 Publio Fausto Andrelini: a Parigi, ben lontano dalla sua Forlì, tanto che la famiglia ancora nel luglio successivo non credeva alla notizia della sua morte. Era nato in una stirpe agiata di tintori, i “Della Andrelina” di cui si trova traccia con diversi membri in varie magistrature cittadine. Per se stesso userà il cognome “Andrelinus” mentre i suoi discendenti preferiranno “Anderlinus”. Lo zelante Adamo Pasini, in un suo studio pubblicato nel 1951, preciserà che la famiglia era originaria della Selva “presso la quale nel 1450 si fermò Pietro Bianco per erigere il Santuario di Fornò”.
Forlì era dunque la città in cui era nato nel 1462 (o giù di lì) e della sua formazione, benché la storia abbia consegnato poco di questi anni. Si sa che avrà modo di acquistare un piccolo fondo dove pascolare armenti in quel di Ladino. Si sa che, laureatosi a Bologna in diritto canonico, scrisse versi d’amore per una certa Livia, nome poetico della sua Forlì che più tardi raccoglierà in un volume con lo stesso titolo. Amore corrisposto? Non proprio: la famiglia, legata agli Ordelaffi e alla corte di umanisti come Urceo Codro, cadde in disgrazia all’avvento dei Riario-Sforza. Suo padre finì alla Rocca, in prigione, e comprò la libertà vendendo molti dei suoi beni. Il rampollo Fausto, nel frattempo, aveva trovato strada spianata verso Roma dove si laureò definitivamente poeta nel 1484. Poi fu a Padova, poi a Mantova. Tutte corti che in fin dei conti gli stavano strette.
Quattro anni dopo varcò le Alpi e nell’autunno dello stesso 1488 era a Parigi grazie alle raccomandazioni dei Gonzaga. Il suo arrivo suscitò un’ondata di invidia da parte di altri colleghi italiani in terra di Francia, uno dei quali fece spargere in Italia la voce che il forlivese era morto sul rogo dopo un’inesistente condanna di eresia. Nel frattempo Andrelini, complici notevoli appoggi tra gli intellettuali parigini, faceva furore a Poitiers e a Tolosa fino a dedicare a Gugliemo di Rochefort, gran cancelliere di Francia, un’edizione della sua Livia pubblicata nel 1490. Presente al matrimonio di Carlo VIII con Anna di Bretagna, si fece notare dai circoli di corte e non ebbe rivali. Come tutti gli umanisti del tempo si occupava di vari campi dello scibile e questa non è sede di ulteriori approfondimenti.
Fu – e questo è da dire - grazie al forlivese se si sviluppò l’umanesimo in Francia ove venne riconosciuto come migliore e maggiore esponente della nuova poesia latina. Il suo successo clamoroso (certo, nell’ambito ristretto della “cultura colta”) gli portò la cattedra di retorica, grammatica e poesia latina e greca alla Sorbona. Era considerato il “princeps poetarum nostrorum temporum”, il principe dei poeti dei nostri tempi, anche dall’amico Erasmo da Rotterdam. Amico che, peraltro, dopo averlo adulato in vita, una volta morto lo coprì di contumelie definendolo immorale, petulante, arrogante e di scarsa dottrina. In effetti la sua arte gli faceva perdonare i costumi licenziosi che si diceva lo contraddistinguessero nonostante il pentimento in età matura. I detrattori lo definivano ambiziosetto e arrivista ma capace di esibire un latino ricco e incantevole, sciolto, cosa che nella Francia di allora si sognavano tanto che Carlo VIII gli conferì il titolo di “poeta del re”, idem per i successori Luigi XII e Francesco I. Come scriveva Adamo Pasini, tutta la sua opera “canta il suo trionfo spirituale, dopo aver ceduto in gioventù alle fiamme che lo bruciavano”. Trionfo che fu “morale, artistico ed economico”.
Nel 1502, Fausto Andrelini divenne a tutti gli effetti francese, una concessione allora rara per uno che non lo era per nascita. Con buona pace dei cugini orgogliosi, ne “I lustri antichi e moderni della città di Forlì” si legge: “Così la Francia allora quasi imboschita dalla barbarie, mediante questo grand’Uomo divenne erudita”.
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